giovedì 10 ottobre 2013

Ripetizioni di liberalismo a Pisapia: la proprietà non si tocca


“Carlo Lottieri”
“lintraprendente.it 10.10.2013”

Come è stato anticipato ieri da L’Intraprendente, nella bozza del nuovo regolamento edilizio milanese presentata in commissione urbanistica sono state introdotte norme che potrebbero rendere assai facile l’esproprio di beni immobili in stato di incuria. L’idea di fondo è che il Comune possa intervenire per destinare a uso “sociale” la costruzione stessa. Quella che qui viene messa in crisi è l’idea stessa di proprietà. Perché se da un lato è chiaro che se io sono titolare di un bene devo anche evitare che una sua (cattiva) gestione possa arrecare danni a altri, d’altro lato questo non può servire da pretesto per minare i diritti individuali, dal momento che il legame tra libertà e proprietà è fondamentale. Nei piani della giunta Pisapia sembra comunque prendere forma qualcosa di ben noto: e cioè la progressiva erosione di ogni autonomia dei singoli e delle comunità.
Come l’amministrazione milanese non ha il minimo problema a incamerare questo o quel bene (anche se magari si tratta di un immobile in quelle condizioni perché gli eredi non riescono a trovare una soluzione soddisfacente), così i governi di ogni orientamento non hanno difficoltà a mettere le mani sui conti correnti, togliendo la metà di quanto si produce. Né molti si sono lamentati quando il ministro Giulio Tremonti ha creato un’occhiuta vigilanza sui nostri conti personali e ci ha perfino proibito di comprare in contanti una motocicletta. Nei fatti, l’apparato pubblico è ormai il Super-Proprietario di tutto. Chi crede di avere una casa o qualche soldo sappia che in ogni momento il ceto politico può togliergli quello che ha: e può farlo in modo legale grazie a una legge o a un regolamento. Nella cultura prevalente, d’altra parte, il proprietario è un criminale e lo Stato interpreta invece l’interesse generale. Per troppi nostri concittadini, lo Stato è l’incarnazione del Bene. È per questo, e per l’incerta tutela e definizione dei titoli di proprietà che ne discende, che stiamo scivolando verso il baratro. Un secolo e mezzo fa lo spiegava assai bene l’economista Frédéric Bastiat, quando denunciava come l’imporsi dell’ideologia dell’esproprio e della tassazione distrugga l’origine stessa di ogni iniziativa, investimento, voglia di fare: «Che succederà a seguito di ciò? Che il capitale e il lavoro si spaventeranno, dato che non potranno più contare sul futuro. Sotto il colpo di una tale dottrina il capitale si nasconderà, uscirà di scena, si annienterà». Oggi i risparmi lasciano la Penisola e nessuno, al di fuori, pensa d’investire a Sud delle Alpi. Egualmente se ne va chi ha voglia di lavorare, desideroso di sottrarsi alla protervia dell’apparato politico-burocratico. Qualcuno può anche credere che togliere ai proprietari milanesi alcune centinaia di abitazioni comporti solo qualche modifica del catasto, così come tassare e redistribuire avrebbe quale unica conseguenza quella d’innalzare alcuni conti e deprimerne altri. Non è così. Poiché i beni espropriati, tolti a taluni e dati ad altri (politici o meno, “solidali” oppure no), attestano il prevalere della “legge del più forte”. Una Milano siffatta apparterrà a quanti hanno qualche santo in Paradiso o, più banalmente, a Palazzo Marino. Non sono storie nuove. Un po’ ovunque e a ogni latitudine i piani industriali e finanziari elaborati dal potere politico sono costruiti grazie a relazioni poco trasparenti, esattamente come quando si privatizza (si pensi a Telecom o ad Alitalia…) a favore di questo o quello. Prima si tassano i comuni mortali per finanziare una “compagnia di bandiera”, e poi si offre il tutto a u qualche capitano coraggioso. Lo statalismo produce corruzione e confusi intrecci tra affari e politica. L’esproprio è comunque una legalizzazione della rapina, dato che nella realtà dei fatti si sa bene chi è la vittima (il cittadino debole e isolato) e pure il beneficiario (il politico o quanti gli sono vicini). Alla fine del diciottesimo secolo, per molto meno in America si fece una rivoluzione: si buttarono a mare alcune casse di tè e poi si rispedirono a casa pure le truppe del governo londinese. E ci si rivoltò in nome di una tradizione di libertà che – da John Locke a Edmund Burke – gli stessi britannici avevano contributo a costruire. A giudizio dei coloni americani in rivolta, non meritava rispetto un governo che aggrediva i cittadini nelle loro proprietà e ne faceva sudditi da spremere e rapinare. Da noi la misura è colma da tempo, a Milano e non solo, ma pochi sembrano essersene resi conto.


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