giovedì 17 ottobre 2013

La verità sulla Kyenge l’ha detta Tosi: è il ministro all’Abolizione

"Gianluca Veneziani"
“lintraprendente.it  17.10.2013”

Tosi non è il nome di una tassa prevista nella Legge di stabilità, ma il cognome del sindaco capace di parlare di Cécile Kyenge senza il filtro del politically correct. In un’intervista a Un giorno da pecora, il primo cittadino di Verona ha detto del ministro dell’Integrazione: «Se non fosse nera, non sarebbe arrivata a quel posto», aggiungendo poi «Non l’ho mai vista fare una proposta concreta, al di là di dire abolisco questo o quest’altro». Apriti cielo. Eppure le parole di Tosi hanno colto nel segno. La Kyenge ha potuto ricoprire quel ministero non per meriti particolari, ma perché nera. La sua scelta va intesa come la ricerca di un simbolo da spendere agli occhi del mondo e non come il riconoscimento a un valore personale. È il classico esempio di razzismo al contrario: tante donne impegnate in politica come lei, e talvolta più capaci, non sono state promosse al suo ruolo solo perché bianche. Funziona così, purtroppo, nel nostro Paese ipocrita:
dopo le quote rosa, vanno adottate le quote nere. Anche entrando nel merito del suo operato, la Kyenge non ha dato modo di smentire questi pregiudizi. Parafrasando Flavio Tosi, più che il ministro dell’Integrazione sembra il ministro dell’Abolizione. Ha prima proposto di abolire i termini «padre» e «madre», trasformandoli in «genitore 1» e «genitore 2»; quindi ha proposto di abolire la Bossi-Fini; infine ha suggerito di abolire il reato di clandestinità. Stanco, alla fine, Matteo Salvini della Lega Nord ha proposto lui di abolire il ministero della Kyenge, cioè quello dell’Integrazione. Di proposte concrete, invece, l’unica che si ricordi è quella di introdurre lo ius soli, il diritto di cittadinanza per chi nasce in Italia. Ma anche qui la Kyenge, come ricorda Tosi, non tiene conto né della fattibilità e compatibilità della sua idea con l’ordinamento italiano, né delle conseguenze che esso scatenerebbe, con una verosimile invasione di migranti pronti a far partorire le puerpere sul nostro territorio. Insomma, anche questa proposta sembra campata in aria e forse va fatta rientrare in un’altra categoria di «abolizione», quella della cittadinanza fondata su identità, appartenenza e condivisione di lingua e costumi. Chi avesse poi la sfortuna di ascoltare la Kyenge in pubblico o di assistere a una sua lectio magistralis (o meglio, ministerialis, visto che di magis non ha nulla) dovrebbe essere attento a non essere colto da attacchi improvvisi di narcolessia. I discorsi di Cécile, non ce ne voglia il ministro, sono soporiferi, monocordi, senza un sussulto creato da una variazione di tono o da un’osservazione interessante. Filano via come un rosario, cosicché alla fine, più che un applauso, senti di tributarli, al massimo, con un amen. Perfino se provocata o offesa, il ministro è capace di mantenere il suo aplomb imperturbabile, non scomponendosi mai, sebbene abbia motivo di incazzarsi o di mandare a quel paese l’insultatore. Ora, Tosi non può certo essere derubricato tra coloro che offendono il ministro per via del suo colore di pelle. Dopo l’attacco ignobile di Calderoli che definì «orango» la Kyenge, il sindaco di Verona fu uno dei primi a smarcarsi, a definire intollerabili quelle espressioni e perfino ad avere un incontro chiarificatore con il ministro. Tuttavia le persone si giudicano non sulla base dell’aspetto cromatico, ma sulla base della loro azione politica. E quella della Kyenge risulta, a essere buoni, quanto meno inconsistente. Per questo Tosi ha ragione da vendere nel contestarla. Il paradosso, tuttavia, è che la Kyenge sia uno dei ministri più visibili e più noti di questo governo. Non fa nulla di concreto, spesso le spara grosse e qualche volta viene attaccata indegnamente. In tal modo ha costruito il suo personaggio da difendere ad ogni costo, la sua figura di «intoccabile», cui bisogna dare ragione a prescindere. Se la contesti, sei un razzista, uno xenofobo da condannare, anche se ti sei limitato a dire sommessamente che, a volte, in questo Paese strano, il razzismo lo subiscono gli altri, e non certo i neri.


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