sabato 5 ottobre 2013

Il Nord scappi dalla Roma democristiana

“Marco Bassani”
“lintraprendente.it 05.10.2013”

Stasera, alle ore 20.45 presso l’Auditorium di Cologno Al Serio, Bergamo, si tiene la “Serata indipendentista”. Si tratta di una serata di dibattito politico-culturale attorno al tema dell’indipendenza e della via migliore per portare i territori del Nord fuori dalla cappa statalista e centralista. Ad animarla ci saranno Marco Bassani, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Milano, Gilberto Oneto, architetto, scrittore, giornalista, Stefano Bruno Galli, docente di Storia delle dottrine politiche all’Università degli Studi di Milano e capogruppo della lista Maroni in Regione Lombardia. Modererà l’incontro il direttore de L’Intraprendente Giovanni Sallusti. Di seguito, pubblichiamo un intervento di Marco Bassani sul tema. A Roma, tanto per cambiare, si è deciso di temporeggiare. Su ogni singolo problema, come accade da circa sessant’anni, governo e partiti propongono soluzioni adatte solo a guadagnar un po’ di tempo.
Ma se prima erano anni adesso si tratta al massimo di pochi mesi. Quello che è un “navigare a vista” senza nessuna prospettiva di fuoriuscita dall’incubo, una riedizione in sedicesimo della Democrazia Cristiana (Letta, Alfano, Franceschini, Formigoni …), viene chiamato “larghe intese”. E in attesa, fuori dalla porta, vi è il post-dc nell’animo più democristiano di tutti, Matteo Renzi. I giornalisti, per lo più assolutamente digiuni di questioni economiche, avevano trovato un termometro di nome spread per misurare la febbre, abbassatosi lo spread non riescono a capire che la situazione è invero peggiorata enormemente. Due anni fa, al crollo dell’ultimo governo Berlusconi, qualcuno poteva ragionevolmente nutrire la speranza che i tecnici, o i politici tutti insieme fossero in grado di porre rimedio all’italico sfascio. Ventiquattro mesi dopo è ormai chiaro che nessuno riesce a metter mano a nulla: spesa pubblica, debito e rapina fiscale (ai danni dei singoli, delle imprese e di alcuni territori). Gli occhi degli osservatori e dei professionisti della politica continuano ad essere attratti da uno scadenzario fantasmagorico che ruota tutto intorno a un Cavaliere battuto nelle aule di giustizia e anche in Senato, dai suoi stessi scherani. Una classe politica senza volto si è ribellata e, pochi anni dopo aver votato compattamente la “soggettiva plausibilità” dell’insigne parentela di Ruby, si è liberata dell’ingombrante vegliardo. Intendiamoci, non hanno acquisito una fisionomia politica che non possono avere (nascono e muoiono politicamente con Silvio, la Santanchè è particolarmente invisa al gruppo solo perché mostra piena coscienza di ciò), ma hanno certificato la fine di un’era. A questo punto berlusconiani e antiberlusconiani saranno costretti a rendersi conto che come i problemi italiani non derivano solo dalle toghe rosse, anche l’eclissi del piccoletto di Arcore non risolve granché. Lo spettacolo di un governo che ha ormai raggiunto 835 miliardi di spesa pubblica e non è in grado di trovare un miliardo per bloccare l’aumento dell’Iva rimarrà impresso ai sudditi ancor più di quella di un uomo politico che lancia il suo ultimo attacco, gioca la sua ultima carta e va all in con una coppia di due. Negli ultimi mesi, quelli del governo Letta, il debito pubblico è impazzito. Ma già Mario Monti, arrivato per arrestare l’emorragia, non era riuscito a porre alcun freno alla deriva. Nel mese di settembre 2013 vi è stato sarà un incremento giornaliero di 192.929.120 euro, 2.233 euro al secondo. Oggi siamo a duemila e ottanta miliardi di euro di debito pubblico, mentre quando Berlusconi abbandonò il governo era poco più di mille e novecento. Ossia, i risanatori dei conti hanno creato una voragine che entro Natale sarà di ulteriori duecento miliardi. In percentuale sulla ricchezza prodotta il debito era 119 a novembre 2011 ed è oltre il 130% oggi. È un fallimento ormai certificato. La questione è semplicissima. Si uscirà da questo stallo politico e dal declino economico solo in due modi: o per mezzo di un trasferimento di sovranità agli organismi internazionali – sì, la troika – oppure attraverso un passaggio di sovranità alle varie popolazioni italiche che hanno ormai tutto l’interesse a disfare l’Italia. Se fino a qualche tempo fa l’alternativa era fra centralizzazione e decentramento politico, adesso il problema non ha più alcuna soluzione “nazionale”, negoziata e condivisa. E non per il semplice fatto che non siamo mai stati una nazione, ma perché anche se fossimo una nazione avremmo comunque smesso di esserlo e ritornare alla finzione della sovranità monetaria, con buona pace di Paolo Barnard, ci costerebbe circa la metà della ricchezza prodotta nel corso del dopoguerra. Le classi dirigenti europee hanno imboccato, con una certa fanfara istituzionale e nell’indifferenza popolare, una serie di strade dalle quali non vi è ritorno. In breve, uniti e affidati all’“autogoverno” centralista romano non siamo in grado di stare: è la via certa per la bancarotta. Per un po’ Bruxelles potrebbe tenerci tutti insieme, ma condannandoci ad almeno un decennio da Grecia. Ricapitoliamo tutta la questione nelle sue linee essenziali: lo Stato non produce ricchezza, la sposta dalle tasche di alcuni per metterla nelle tasche di altri. L’azione fiscale del governo crea per sua stessa natura due gruppi contrapposti: i produttori di tasse e i consumatori di tasse. Se anche le tasse fossero utilizzate benissimo dalla burocrazia illuminata, come minimo accadrebbe che la casta burocratica stessa vivrebbe alle spalle degli altri. La politica dovrebbe riuscire a mascherare chi le tasse le produce e chi le consuma, mantenendo quella che è la geniale definizione di Stato prodotta da Bastiat nell’Ottocento: «È la finzione secondo la quale tutti credono di poter vivere alle spalle di tutti gli altri». Da noi, il debito, il suo mantenimento e la rapina della Lombardia e delle altre regioni produttive hanno fatto saltare la possibilità della finzione. Oggi è impossibile credere di esser parte di una ragnatela di relazione statuali dalle quali guadagniamo e perdiamo un po’ tutti. Ormai è sotto gli occhi di tutti chi paga e chi riceve, chi tiene i cordoni della borsa e chi la borsa la riempie e basta. Vi è una “lotta di tasse” fra chi esige più welfare e “diritti di cittadinanza” e chi sa perfettamente che deve pagare tutto ciò, alcune volte con la vita e altre con tutto ciò che ha. Lo Stato, sorto per creare l’“ordine politico” è diventato lo strumento del parassitismo politico. La particolarità, unica al mondo, è che da noi l’area del parassitismo e quella produttività seguono linee geografiche chiare e distinte. Che sono anche confini regionali, di istituzioni oggi apparentemente deboli, ma che politicamente potrebbero trovarsi a dover chiedere tutto. Produzione e parassitismo non sono fenomeni “naturali” – in natura ognuno consuma ciò che produce – ma sono stati creati e concentrati geograficamente dall’azione fiscale del governo. Gli italici di ogni regione sono emigrati in tutto il mondo e ovunque hanno dato prova di operosità e laboriosità, ma il sistema fiscale italiano è destinato a riprodurre il calabrese e il lombardo all’infinito. Un dato illustra plasticamente tutto: per generare un euro di spesa pubblica sul proprio territorio il contribuente lombardo versa al fisco 2,45 euro, al contribuente calabrese basterà il pagamento di 27 centesimi di euro per ottenere lo stesso risultato. Sarà allora razionale, almeno nel breve periodo, difendere l’attuale sistema in Calabria, ma appare semplicemente folle la sua difesa in Lombardia. Per concludere, i problemi non possono essere risolti “nazionalmente” a causa della contrapposizione geografica generata dalle politiche clientelari e assistenziali accompagnate dall’inerzia colpevole dei produttori. Però la demarcazione geografica del problema Italia offre anche il destro per la sua soluzione. Se solo gli individui, regione dopo regione, riusciranno a capire che la gabbia può essere spezzata a partire dal fantoccio di un’unità che non giova a nessuno e che sta trascinando il Mezzogiorno “a Sud di nessun Nord”.

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