venerdì 14 giugno 2013

Galli: il futuro passa dal Nord attraverso la Macroregione

“Andrea Accorsi”
“La Padania 13.06.2013”


Professor Galli, il coordinatore lombardo del Pdl, Mantovani, sostiene che il tema del Nord non è più un argomento  trainante. È vero? •No. Uno degli errori più gravi di analisti, commentatori e colleghi politologi è associare l'esistenza o meno della questione settentrionale all'andamento elettorale dell'asse del Nord, e più specificamente della Lega. Lo trovo un approccio maldestro. E la prova è data dal referendum sulla Devolution e dalle elezioni del 2006: il referendum andò male, la Lega non andò bene e il Corriere della Sera partì con un dibattito durato tre mesi la cui tesi di fondo era che dopo quei risultati la questione settentrionale non esisteva più». D'altro canto, tutte le associazioni di categoria concordano nell'affermare che per uscire dalla crisi occorre ripartire proprio dal Nord... «Esatto. La questione settentrionale va intesa in tre elementi fondamentali: una oggettiva leadership economica e produttiva, una sistematica vessazione fiscale e un patrimonio di virtù civiche consolidato da otto secoli.
La prima esiste ancora, ma a causa della crisi ha difficoltà ad  affermarsi. Quanto alla seconda, lo Stato non è mai stato così ingordo e predatore come adesso. La schiavitù fiscale è un fatto. E così si spiegano le uscite di Squinzi sul Nord che sta morendo di fisco e sul sistema produttivo del Nord che  rinuncerebbe agli incentivi alle imprese pur di vedere abbassata la pressione fiscale». Come si è evoluta la questione settentrionale? «È nata sostanzialmente nella fascia pedemontana, tra Biella e Treviso, nella piccola e nella micro impresa, fra i lavoratori autonomi. Ma ora ha assunto proporzioni gigantesche perché è scesa a valle, verso le grandi città e le metropoli, e ha investito anche la media impresa e i grandi centri produttivi lungo l'autostrada Torino-Venezia per effetto proprio della crisi». Quale soluzione può rappresentare il progetto maroniano di Macroreg1one per quello che lei nel suo ultimo libro chiama il Grande Nord? «la soluzione macroregionale rappresenta la prospettiva più credibile e più fondata per risolvere la questione settentrionale. Perché mette insieme non solo l'area pedemontana, alpina o subalpina ma l'area della pianura, i grandi centri economico-produttivi, il terziario avanzato e il mondo dei servizi, non più solo l'agricoltura e l'artigianato. Trovare politiche coordinate negli stessi settori, come consente la Costituzione, rappresenta la chiave risolutiva più efficace per tenere insieme questa realtà disomogenea al suo interno ma complessivamente organica». In che senso, disomogenea e al tempo stesso organica? «Disomogenea perché le vocazioni economico-produttive sono differenti da territorio a territorio, e ciascuna affronta la crisi in modo diverso per capacità di reggere alla concorrenza internazionale e di rispondere alla vessazione fiscale. Ciò non toglie che si tratta di una realtà organica nella sua essenza, basata sostanzialmente sugli elementi comuni che ho già detto. La tradizione dell'industria delle armi in Valtrompia è diversa rispetto a quella degli scarponi che si fanno ad Asolo, ma la vessazione fiscale si abbatte su entrambe. Insomma, i problemi sono gli stessi da ovest a est». Quanto ritiene invece efficace l'iniziativa "Color 44" promossa da alcuni autonomisti per indire, attraverso una petizione popolare, un referendum per l'autodeterminazione della Lombardia? «Mi sembra un'azione politica sprovveduta. Innanzitutto è necessario, e qui parlo da direttore del dipartimento sulla cultura e le lingue macroregionali, creare una cultura politica diffusa sul tema della Macroregione come ricetta per risolvere la questione settentrionale. Una cultura politica fortemente autonomista dal punto di vista politico e amministrativo. E per autonomia intendo la non dipendenza dallo Stato centrale. «la Macroregione è una realtà che, come dimostrano i dati, può fare tranquillamente a meno dello Stato centrale perché dentro di sé ha tutte le risorse per poter fronteggiare il momento attuale, sempre ovviamente che le vengano riconosciute come messo nero su bianco fin dagli anni Settanta. Solo nel momento in cui si crea una simile cultura, può attecchire una iniziativa referendaria. Va anche detto che ottenere la maggioranza dei due terzi in Aula è impossibile, e che se poi perdi il referendum fai cinque titoli sui giornali, metti in difficoltà gli esecutivi di Lombardia, Piemonte e Veneto e offri a Roma un assist a porta vuota, senza portare a casa niente». Qual è quindi la strada da percorrere? «Dimostrare per esempio che di fronte alla crisi dell'agricoltura non  bisogna andare a pietire interventi dello Stato: stiamo parlando del primo sistema agricolo del Paese, lo Stato deve porsi il problema di intervenire senza che noi glielo chiediamo. Bisogna fare di tutto per impedire che il Nord continui ad essere considerato da Roma il Paese del Bengodi, una "monumentale vacca da mungere" scrivevano sul Cisalpino nel 1945, dove si trovano le risorse per coprire quello che Miglio chiamava un apparato di zecche e parassiti. Con la crisi, il Nord non può più permettersi il lusso di coprire il debito pubblico e mantenere il Mezzogiorno». Sul piano politico immediato, il centrodestra appare alla ricerca di una nuova identità. Quale ritiene debba essere? «Ha ragione Maroni quando dice che bisogna andare verso un futuro "civico" , perché va valorizzato il contributo alla politica che può venire dalla società civile. Rispolverare il "civismo" significa anche intensificare in maniera decisiva il rapporto con il territorio. Altrimenti, sembra che l'unico partito legato al territorio rimasto sia il Pd, seppure con una flessione significativa. Se porta a casa i sindaci, vuoi dire che il dialogo col territorio è rimasto».   

Nessun commento:

Posta un commento