“Carlo Lottieri”
"lintraprendente.it 18.04.2013"
Attorno alla scuola comunale di San Giusto, a Milano, è sorta una controversia che manifesta un tratto assai caratteristico del nostro tempo. L’assessore Francesco Cappelli ha deciso di rinunciare alla gestione di tale istituto – benché di ottima qualità – non già perché esso non soddisfi genitori o studenti, ma al contrario perché si distacca dalla mediocrità e rappresenta in qualche modo un modello. Quella dell’assessore, quindi, è una scelta ideologica e dominata da un egualitarismo pregiudiziale, come egli non ha difficoltà ad ammettere: «Noi siamo contro le eccellenze, soprattutto nel mondo della scuola». D’altra parte già un paio di settimane fa Cappelli aveva dichiarato che è proprio l’unicità della San Giusto «nel panorama delle scuole primarie della zona, come noto statali, e la sua non riproducibilità nel territorio, che propone la problematicità del mantenere in modo operante la scuola nella sua forma organizzativo/strutturale attuale». La posizione dell’assessore è rappresentativa della mentalità prevalente. La cultura progressista non si propone tanto di aiutare i più deboli e ancora meno di garantire uno spazio di libertà a tutti, ma invece è ossessionata da una preferenza pregiudiziale per l’eguaglianza.
Non è casuale se il più influente filosofo politico di secondo Novecento, l’americano John Rawls, con Una teoria della giustizia del 1971 abbia delineato proprio i principi di una società che ammette le diversità solo se sono favorevoli ai più deboli. L’assessore milanese afferma che la San Giusto costerebbe troppo. Secondo i dati diffusi dall’amministrazione si tratterebbe di oltre 7.500 euro a bambino, ma la cifra è contestata dai genitori, secondo i quali il costo reale sarebbe inferiore di circa mille euro e quindi più basso di quello delle statali. Va senz’altro riconosciuto che la statizzazione della società ci pone dinanzi a quelle che un importante giurista americano, Guido Calabresi, ebbe a definire «scelte tragiche». E se nella sanità statizzata ci si interroga se si debba finanziare maggiormente la ricerca contro l’Aids o quella contro il diabete, qui ci si domanda se sia il caso di favorire un centro che funziona bene oppure gli altri. Nel caso specifico, se si prendono per buone le parole dell’assessore, è meglio e più opportuno che i soldi delle imposte siano distribuiti tra le scuole in maniera indifferenziata, oppure vadano favorite le scuole migliori a scapito di quelle che pure avrebbero più bisogno di risorse per funzionare un po’ meglio? Un liberale non vorrebbe mai porsi tali interrogativi, poiché auspica una società libera, basata su proprietà e mercato, e quindi contraddistinta da scuole indipendenti, finanziate dalle famiglie degli studenti e dalla generosità di filantropi. Chi ama la libertà vorrebbe sottrarre ai politici la gestione dell’educazione, lasciando che sia nelle mani di imprese profit e no profit, cattoliche e no. Anche non potendo subito realizzare un sistema d’istruzione veramente plurale e privato, si può comunque favorire un’evoluzione in quel senso. In particolare, le scuole comunali sono senz’altro da preferirsi a quelle statali: poiché le prime sono più vicine alle famiglie e direttamente controllabili. E poi si deve far in modo che ogni scuola mantenga la sua specificità, valorizzando anche il ruolo delle famiglie e dei docenti, togliendo spazio all’apparato burocratico e al centralismo statale. Il radicalismo giacobino di chi è ossessionato dal mito dell’eguaglianza – che si tratti dell’assessore milanese come di larga parte dei grillini (il cui primo comandamento è “uno vale uno”) – segnala una totale incomprensione del fatto che quel principio tanto elementare non può essere adottato in maniera così grossolana. Trattare allo stesso modo situazioni diverse ha ben poco a che fare con la giustizia. Eguaglianza non è equità. E allora rifiutarsi di avere istituti di eccellenza significa non avere compreso che in un certo senso ogni studente avrebbe bisogno di un proprio percorso: tutto suo e diverso da quello degli altri. Senza dimenticare che solo il pluralismo educativo e la concorrenza tra modelli può favorire perfezionamento e rinnovamento. Quello del costo elevato, tra l’altro, sembra davvero un pretesto. Per molta parte della cultura progressista l’Italia è solo una Francia imperfetta, piuttosto malriuscita, che non ha ancora del tutto introiettato le logiche prefettizie e burocratiche di un Paese interamente pianificato dal centro. In questo senso farebbe piacere, a Milano, avere assessori che guardano maggiormente ai Cantoni elvetici e al loro pluralismo: per avere una scuola in cui possano sbocciare mille fiori.
Non è casuale se il più influente filosofo politico di secondo Novecento, l’americano John Rawls, con Una teoria della giustizia del 1971 abbia delineato proprio i principi di una società che ammette le diversità solo se sono favorevoli ai più deboli. L’assessore milanese afferma che la San Giusto costerebbe troppo. Secondo i dati diffusi dall’amministrazione si tratterebbe di oltre 7.500 euro a bambino, ma la cifra è contestata dai genitori, secondo i quali il costo reale sarebbe inferiore di circa mille euro e quindi più basso di quello delle statali. Va senz’altro riconosciuto che la statizzazione della società ci pone dinanzi a quelle che un importante giurista americano, Guido Calabresi, ebbe a definire «scelte tragiche». E se nella sanità statizzata ci si interroga se si debba finanziare maggiormente la ricerca contro l’Aids o quella contro il diabete, qui ci si domanda se sia il caso di favorire un centro che funziona bene oppure gli altri. Nel caso specifico, se si prendono per buone le parole dell’assessore, è meglio e più opportuno che i soldi delle imposte siano distribuiti tra le scuole in maniera indifferenziata, oppure vadano favorite le scuole migliori a scapito di quelle che pure avrebbero più bisogno di risorse per funzionare un po’ meglio? Un liberale non vorrebbe mai porsi tali interrogativi, poiché auspica una società libera, basata su proprietà e mercato, e quindi contraddistinta da scuole indipendenti, finanziate dalle famiglie degli studenti e dalla generosità di filantropi. Chi ama la libertà vorrebbe sottrarre ai politici la gestione dell’educazione, lasciando che sia nelle mani di imprese profit e no profit, cattoliche e no. Anche non potendo subito realizzare un sistema d’istruzione veramente plurale e privato, si può comunque favorire un’evoluzione in quel senso. In particolare, le scuole comunali sono senz’altro da preferirsi a quelle statali: poiché le prime sono più vicine alle famiglie e direttamente controllabili. E poi si deve far in modo che ogni scuola mantenga la sua specificità, valorizzando anche il ruolo delle famiglie e dei docenti, togliendo spazio all’apparato burocratico e al centralismo statale. Il radicalismo giacobino di chi è ossessionato dal mito dell’eguaglianza – che si tratti dell’assessore milanese come di larga parte dei grillini (il cui primo comandamento è “uno vale uno”) – segnala una totale incomprensione del fatto che quel principio tanto elementare non può essere adottato in maniera così grossolana. Trattare allo stesso modo situazioni diverse ha ben poco a che fare con la giustizia. Eguaglianza non è equità. E allora rifiutarsi di avere istituti di eccellenza significa non avere compreso che in un certo senso ogni studente avrebbe bisogno di un proprio percorso: tutto suo e diverso da quello degli altri. Senza dimenticare che solo il pluralismo educativo e la concorrenza tra modelli può favorire perfezionamento e rinnovamento. Quello del costo elevato, tra l’altro, sembra davvero un pretesto. Per molta parte della cultura progressista l’Italia è solo una Francia imperfetta, piuttosto malriuscita, che non ha ancora del tutto introiettato le logiche prefettizie e burocratiche di un Paese interamente pianificato dal centro. In questo senso farebbe piacere, a Milano, avere assessori che guardano maggiormente ai Cantoni elvetici e al loro pluralismo: per avere una scuola in cui possano sbocciare mille fiori.

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