“Federica Dato”
“lintraprendente.it 09.04.2013”
La questione parte dal 1999, anno in cui viene partorito un giochino detto Patto di stabilità. Prosegue passando da qualcosa che ancora non c’è. Si chiama Tares e pare ci sarà. Il corollario annovera robine tipo Imu, Tia e Tarsu. A chiudere il cerchio c’è una quisquilia nota a tutti: la crisi. Protagonista indiscussa degli ultimi cinque anni, ci è cascata in testa nel 2008 offrendoci un vasto campionario di opinioni: gli analisti si dividevano sistematicamente tra chi giurava che il peggio fosse passato chi garantiva che il male peggiore fosse ancora nascosto dietro l’angolo. In tutto questo c’è lo Stato che dovrebbe sostenere il tessuto produttivo del Paese, i cittadini in generale. Quest’ultimo viene incarnato soprattutto dalle pubbliche amministrazioni. Il Nord è, per usare un eufemismo, in difficoltà. Strozzato da troppe tasse, da una ripresa che non arriva e da politiche economiche assenti o fallimentari. Assolombarda lo sa bene, ché in quelle difficoltà ci mette le mani per mestiere. È così che ha siglato uno studio interessante: Indicatori fiscali e tariffari di attrattività del territorio.
55 comuni scandagliati, un quadro piuttosto deprimente tra le mani. Da queste parti i sindaci ci vanno giù pesante, e, “in generale, i comuni nel 2012 sembrano aver favorito alcune attività economiche (commercio, artigianato) rispetto a quelle industriali. Infine, i comuni con il livello di pressione fiscale più alto sono risultati quelli più vicini al capoluogo milanese e quelli di maggiori dimensioni. Inoltre, per l’Imu e gli oneri di urbanizzazione, la vicinanza a Milano e il valore degli immobili fanno la vera differenza in termini di importi da pagare”. Nessuna sorpresa? Vero. Antonio Colombo, direttore dell’associazione, si dice consapevole delle «difficoltà che gli amministratori locali affrontano» ma accenna pure a una «gestione strategica della fiscalità», e qui ci piacerebbe fossero gli amministratori a prestare attenzione. Chi è in cima alla classifica dei tassatori? Giuliano Pisapia che lascia la città della Madonnina guidi la lista dei luoghi meno attrattivi per le imprese. Eccoli qui, due dati due: livello di pressione fiscale rispetto alle imprese già esistenti: medaglia negativa a Milano, seguita da Bresso, Sesto San Giovanni e Rozzano; podio positivo per Liscate, Gessate, Tribiano, Paderno Dugnano e Cusago. Tabella numero due, focus sulle imprese di nuova realizzazione: al primo posto di chi pesa di più sulle tasche degli imprenditori sempre lei, la capitale economica d’Italia. Seguono Baranzate, Cologno Monzese, Piave Emanuele, Rozzano, Tribiano. Spiccano per “bontà” Casalpusterlengo, Codogno, Nerviano e Liscate. “Complessivamente esiste una significativa differenza e disomogeneità tra gli importi rilevati nei diversi comuni: per la maggior parte dei tributi si riscontra una differenza molto elevata fra il valore massimo applicato e quello minimo (ad esempio, il valore più alto relativo agli oneri di urbanizzazione per gli uffici supera più di 12 volte il valore minimo). Allo stadio attuale, l’indagine non permette di verificare se esiste una relazione fra l’ammontare delle imposte pagate e la quantità e la qualità dei servizi offerti. Non risultano correlazioni fra il livello di pressione fiscale di ciascun comune e le principali variabili sociali ed economiche”. E qui ci sarebbe da riflettere. Ed è vero che Milano è un caso a parte, una “città globale”, come dice anche Assolombarda, come che esistono“comuni di maggiori dimensioni, caratterizzati da una bassa pressione fiscale: Paderno Dugnano, Magenta, Cernusco sul Naviglio, Settimo Milanese e Vimercate”. Insomma, abbiamo capito che a Liscate il sindaco strizza l’occhio alle imprese. Scontato, Liscate è uno sputo rispetto a Milano. Ma possibile che in nessun caso Milano sia capace di ammiccare perlomeno un po’? La classifica dei comuni virtuosi e no si stravolge a seconda di quali dati leggi. Milano, comunque la giri, resta sulla vetta negativa. Per quanto crede Piasapia basterà a Milano essere la grande Milano, prima che le aziende fuggano verso piccoli, vicini, raggiungibili ed economici lidi?
55 comuni scandagliati, un quadro piuttosto deprimente tra le mani. Da queste parti i sindaci ci vanno giù pesante, e, “in generale, i comuni nel 2012 sembrano aver favorito alcune attività economiche (commercio, artigianato) rispetto a quelle industriali. Infine, i comuni con il livello di pressione fiscale più alto sono risultati quelli più vicini al capoluogo milanese e quelli di maggiori dimensioni. Inoltre, per l’Imu e gli oneri di urbanizzazione, la vicinanza a Milano e il valore degli immobili fanno la vera differenza in termini di importi da pagare”. Nessuna sorpresa? Vero. Antonio Colombo, direttore dell’associazione, si dice consapevole delle «difficoltà che gli amministratori locali affrontano» ma accenna pure a una «gestione strategica della fiscalità», e qui ci piacerebbe fossero gli amministratori a prestare attenzione. Chi è in cima alla classifica dei tassatori? Giuliano Pisapia che lascia la città della Madonnina guidi la lista dei luoghi meno attrattivi per le imprese. Eccoli qui, due dati due: livello di pressione fiscale rispetto alle imprese già esistenti: medaglia negativa a Milano, seguita da Bresso, Sesto San Giovanni e Rozzano; podio positivo per Liscate, Gessate, Tribiano, Paderno Dugnano e Cusago. Tabella numero due, focus sulle imprese di nuova realizzazione: al primo posto di chi pesa di più sulle tasche degli imprenditori sempre lei, la capitale economica d’Italia. Seguono Baranzate, Cologno Monzese, Piave Emanuele, Rozzano, Tribiano. Spiccano per “bontà” Casalpusterlengo, Codogno, Nerviano e Liscate. “Complessivamente esiste una significativa differenza e disomogeneità tra gli importi rilevati nei diversi comuni: per la maggior parte dei tributi si riscontra una differenza molto elevata fra il valore massimo applicato e quello minimo (ad esempio, il valore più alto relativo agli oneri di urbanizzazione per gli uffici supera più di 12 volte il valore minimo). Allo stadio attuale, l’indagine non permette di verificare se esiste una relazione fra l’ammontare delle imposte pagate e la quantità e la qualità dei servizi offerti. Non risultano correlazioni fra il livello di pressione fiscale di ciascun comune e le principali variabili sociali ed economiche”. E qui ci sarebbe da riflettere. Ed è vero che Milano è un caso a parte, una “città globale”, come dice anche Assolombarda, come che esistono“comuni di maggiori dimensioni, caratterizzati da una bassa pressione fiscale: Paderno Dugnano, Magenta, Cernusco sul Naviglio, Settimo Milanese e Vimercate”. Insomma, abbiamo capito che a Liscate il sindaco strizza l’occhio alle imprese. Scontato, Liscate è uno sputo rispetto a Milano. Ma possibile che in nessun caso Milano sia capace di ammiccare perlomeno un po’? La classifica dei comuni virtuosi e no si stravolge a seconda di quali dati leggi. Milano, comunque la giri, resta sulla vetta negativa. Per quanto crede Piasapia basterà a Milano essere la grande Milano, prima che le aziende fuggano verso piccoli, vicini, raggiungibili ed economici lidi?

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