“Simone Girardin”
“La Padania 27-28.01.2013”
Gli operai
come le famiglie sono ormai un ricordo sbiadito per la sinistra. C'erano i
diritti dei lavoratori, i salari, i sindacati, certi valori da difendere con le
unghie, più sobrietà. Tutto abbandonato. Per cosa? Per la finanza, la grande
finanza. Quella delle banche d'affari, delle
assicurazioni, delle Coop. Dalla Telecom a Mps passando per il sistema Penati
fino a Uni poi e alle Cayman. Un tesoretto vero scambiato per una manciata di
derivati. Le ambizioni del Pd in questi ultimi anni hanno fatto a pugni con i
reali bisogni di un Paese ormai in ginocchio. Ha via via perso cultura politica
per acquisire quella finanziaria. E' così almeno dalla metà degli anni Novanta.
E oggi, con lo scandalo Mps, sembra chiudersi un cerchio di una sinistra
diventata una sorta di evoluzione del montismo più cinico. Come non ricordare i
cosiddetti "capitani coraggiosi" alla conquista di Telecom con la
benedizione dal governo dell'allora premier Massimo D'Alema avevano la
loro base in Lussemburgo, alle prese con non pochi grattacapi con il fisco. Come
è vero che i rapporti praticati dalla sinistra di partito e delle istituzioni
con finanzieri e banchieri siano ben più vasti, complessi e articolati.
Si diceva di Telecom Italia, un'avventura iniziata nel '98 e finita maluccio per tutti, non solo per gli azionisti (la banda larga non decolla e questo fa male a tutta l'economia del Paese). E come si fa a non parla re delle opere edilizie in quel di Sesto San Giovanni, a due passi dalla Madonnina. Leggendo le carte della Procura di Monza Filippo Penati, il consigliere regionale, ex presidente della Provincia e già capo della segreteria politica di Bersani, nonché candidato per il Pd alle ultime elezioni per la presidenza della Lombardia, è diventato protagonista di un sistema di corruzione, concussione e finanziamenti illeciti alla politica. Con l'immancabile contorno di costruttori {il gruppo Gavio ), di imprenditori amici (vedi lntini e De Santis, ritenuti vicini a D' Alema) e di Coop. L'affare dell'autostrada Milano-Serravalle, architettura da grande finanza provinciale targata Penati, è finito anch'esso sotto la lente di ingrandimento della magistratura. Ma non perché la provincia di Milano abbia fatto un affare ma perché, a quanto si ipotizza, quei denari servivano per la scalata di Unipol (cuore e cervello a Bologna) a Bnl. Dalla gestione degli enti locali come Provincia o Regione si passa a quello centrale, romano se preferite. E' la musica che non cambia. La brutta vicenda Antonveneta e Bnl insegnano. Mps certifica. Fonsai ringrazia. Da Bologna a Siena, altra roccaforte "rossa". Lo tsunami alla fine è arrivato anche qui, nella terra del palio. Questa volta a correre a gambe levate non sono cavalli e fantini delle contrade ma altri purosangue, quelli tutti politici del Pd. In un nuovo gioco: quello dello scaricabarile. Nessuno sapeva, nessuno parlava. Nemmeno quando il Pd veniva lautamente finanziato dalla banca senese. Negli ultimi decenni qui la politica ha esercitato un forte potere di indirizzo e di veto sulle strategie, sulle alleanze e sugli affari della Banca Monte dei Paschi. E ne ha nominato i vertici. Mps era brillantemente sopravvissuta per oltre cinque secoli: alla conquista di Siena da parte di Firenze, alla per concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti peste, guerre mondiali, al crollo di Wall Street del '29. Si sentivano immortali o forse intoccabili. E così sono arrivate le strategiche acquisizioni: subito la pugliese Banca 121 (suonare D'Alema di casa tra l'altro a Gallipoli), poi quella fatale, Antonveneta, complessivamente costata quasi 10 miliardi. E tutti, ex margherita compresi, hanno avuto voce in capitolo: da D'Alema a Veltroni da Amato alla Bindi, ognuno con i propri referenti locali. Bruciati i soldi, ora il futuro di Mps è incerto. Con l'ombra di qualche miliardo (forse 2) di tangenti. Il Pd di Bersani doveva parlare di stipendi, lavoro, disoccupazione, energia, lavoratori, pensioni, sanità. Si son messi a giocare con la finanza e con i banchieri. Tanto che qualcuno oggi sorride pensando ai 2 euro fatti sborsare per votare alle primarie. «Abbiamo una banca» raccontava fiero l'attuale sindaco di Torino Piero Fassino, allora tra i massimi dirigenti del Pd, poco prima che la scalata di Unipol alla Bnl deragliasse sui binari giudiziari. Una frase passata alla storia. Speriamo ora che la storia di questo Paese non ci consegni tra un mese una gestione modello Pd: fallimentare, lontana dalla gente ma vicina, molto vicina ai grandi palazzi della finanza.
Si diceva di Telecom Italia, un'avventura iniziata nel '98 e finita maluccio per tutti, non solo per gli azionisti (la banda larga non decolla e questo fa male a tutta l'economia del Paese). E come si fa a non parla re delle opere edilizie in quel di Sesto San Giovanni, a due passi dalla Madonnina. Leggendo le carte della Procura di Monza Filippo Penati, il consigliere regionale, ex presidente della Provincia e già capo della segreteria politica di Bersani, nonché candidato per il Pd alle ultime elezioni per la presidenza della Lombardia, è diventato protagonista di un sistema di corruzione, concussione e finanziamenti illeciti alla politica. Con l'immancabile contorno di costruttori {il gruppo Gavio ), di imprenditori amici (vedi lntini e De Santis, ritenuti vicini a D' Alema) e di Coop. L'affare dell'autostrada Milano-Serravalle, architettura da grande finanza provinciale targata Penati, è finito anch'esso sotto la lente di ingrandimento della magistratura. Ma non perché la provincia di Milano abbia fatto un affare ma perché, a quanto si ipotizza, quei denari servivano per la scalata di Unipol (cuore e cervello a Bologna) a Bnl. Dalla gestione degli enti locali come Provincia o Regione si passa a quello centrale, romano se preferite. E' la musica che non cambia. La brutta vicenda Antonveneta e Bnl insegnano. Mps certifica. Fonsai ringrazia. Da Bologna a Siena, altra roccaforte "rossa". Lo tsunami alla fine è arrivato anche qui, nella terra del palio. Questa volta a correre a gambe levate non sono cavalli e fantini delle contrade ma altri purosangue, quelli tutti politici del Pd. In un nuovo gioco: quello dello scaricabarile. Nessuno sapeva, nessuno parlava. Nemmeno quando il Pd veniva lautamente finanziato dalla banca senese. Negli ultimi decenni qui la politica ha esercitato un forte potere di indirizzo e di veto sulle strategie, sulle alleanze e sugli affari della Banca Monte dei Paschi. E ne ha nominato i vertici. Mps era brillantemente sopravvissuta per oltre cinque secoli: alla conquista di Siena da parte di Firenze, alla per concussione, corruzione e finanziamento illecito ai partiti peste, guerre mondiali, al crollo di Wall Street del '29. Si sentivano immortali o forse intoccabili. E così sono arrivate le strategiche acquisizioni: subito la pugliese Banca 121 (suonare D'Alema di casa tra l'altro a Gallipoli), poi quella fatale, Antonveneta, complessivamente costata quasi 10 miliardi. E tutti, ex margherita compresi, hanno avuto voce in capitolo: da D'Alema a Veltroni da Amato alla Bindi, ognuno con i propri referenti locali. Bruciati i soldi, ora il futuro di Mps è incerto. Con l'ombra di qualche miliardo (forse 2) di tangenti. Il Pd di Bersani doveva parlare di stipendi, lavoro, disoccupazione, energia, lavoratori, pensioni, sanità. Si son messi a giocare con la finanza e con i banchieri. Tanto che qualcuno oggi sorride pensando ai 2 euro fatti sborsare per votare alle primarie. «Abbiamo una banca» raccontava fiero l'attuale sindaco di Torino Piero Fassino, allora tra i massimi dirigenti del Pd, poco prima che la scalata di Unipol alla Bnl deragliasse sui binari giudiziari. Una frase passata alla storia. Speriamo ora che la storia di questo Paese non ci consegni tra un mese una gestione modello Pd: fallimentare, lontana dalla gente ma vicina, molto vicina ai grandi palazzi della finanza.

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