“Gilberto Oneto”
“L’Indipendensa 27.11.2012”
Parecchi giornali italiani
ieri davano la notizia delle elezioni catalane con titoli quasi uguali che
sottolineavano una sconfitta, una battuta d’arresto, un ridimensionamento degli
indipendentisti. Altrove le cose sono state presentate diversamente: la BBC ad
esempio ha parlato esplicitamente di vittoria dell’autonomismo radicale. Dove
sta la verità? Quello che è veramente successo lo ha raccontato con
chiarezza e tempismo il nostro Salvatore Antonaci in una serie di interventi di
straordinario giornalismo, come se ne vedono pochi nelle redazioni
italiane, che vivono di “copia-incolla”, di lanci Ansa e di veline delle
Superiori Autorità.
Perché si sia ancora una volta
fatta della miserevole disinformazione è piuttosto chiaro: i patrioti (i
padroni del vapore lo sono e pertanto anche molti giornalisti in carriera)
temono come la peste l’autonomismo catalano perché – più di quello scozzese,
vallone o altro – somiglia in maniera (per loro) preoccupante a quello padano.
I titoli che annunciano la sconfitta degli indipendentisti (poi quasi sempre
contraddetti dal contenuto degli articoli) hanno funzione scaramantica, sono
segno di terrore, come di chi urla se ha paura, chiude gli occhi per non vedere
il pericolo o gonfia il torace se sta per farsela sotto. Hanno sgaggia
dell’effetto emulazione e sanno benissimo che i padani (che in generale non
sono dei samurai) hanno bisogno di esempi per darsi una mossa, hanno bisogno
che qualcuno “parta per primo” per decidersi a fare anche il più semplice
gesto, anche per difendere i propri interessi.
Serve poi ricordare che l’Italia è piena di unitaristi che lo sono in senso ideologico e universale, a favore di tutte le unità statuali e contro tutte le autonomie, proprio come i fautori della lotta di classe e della dittatura del proletariato lo erano per ogni latitudine e angolo di mondo. Non è un caso che spesso si tratti delle stesse persone.
Serve poi ricordare che l’Italia è piena di unitaristi che lo sono in senso ideologico e universale, a favore di tutte le unità statuali e contro tutte le autonomie, proprio come i fautori della lotta di classe e della dittatura del proletariato lo erano per ogni latitudine e angolo di mondo. Non è un caso che spesso si tratti delle stesse persone.
In realtà in Catalogna le
cose sono andate molto diversamente da come molti hanno scritto e gli autonomisti, catalani ma
anche nostrani, di brucianti sconfitte come questa sarebbero felici di subirne
una ogni settimana. Oggi il cosiddetto “blocco sovranista”
formato dai quattro partiti che hanno sottoscritto l’impegno per il
referendum per l’indipendenza, hanno 87 seggi contro i 48 del blocco unitarista
e quasi il 60% del voto popolare. Nel precedente parlamento i separatisti
avevano cinque seggi in meno. È una sconfitta di Pirro: una novità nel
repertorio delle figure retoriche.
Non basta: i 62 seggi che CiU (Convergencia i Uniò) aveva preso
nel 2010 rappresentavano un ampio ventaglio che andava dai federalisti moderati
agli indipendentisti: oggi il partito ha fatto una scelta molto radicale e i
suoi attuali 50 deputati sono espressione di una posizione molto più estrema. A
questi si aggiungono gli eletti dell’Esquerra e di altre formazioni che
sono molto più dure. Insomma i secessionisti sono aumentati in numero assoluto,
in seggi e in determinazione. La vittoria degli autonomisti è – questo sì
– complicata dal mancato raggiungimento della maggioranza assoluta
di CiU su cui Artur Mas contava. Questo lo costringerà a fare alleanze
con altri per arrivare allo svolgimento dell’annunciato referendum per
l’indipendenza, lo spauracchio di Madrid, di Bruxelles e di tutti i
compagni-camerati patrioti italiani. Ma lo faranno. Vale la pena di
osservare alcune similitudini e differenze con la nostra situazione.
Negli ultimi tempi CiU aveva
potenziato le sue istanze economiche, sottolineando il peso
dell’oppressione di Madrid e i numeri del residuo fiscale: argomentazioni molto
“padane” che hanno un loro valore risolutivo ma che qualcuno sembra avere
interpretato come in qualche modo sminuenti della vocazione identitaria e
nazionalista. Questo potrebbe spiegare lo spostamento di consenso verso le
formazioni estreme dell’indipendentismo. È una lezione che anche noi dobbiamo
recepire: va benissimo la rivendicazione economica ma deve andare di pari passo
con quella identitaria. Nei giorni precedenti le elezioni, alcuni degli
uomini più rappresentativi di CiU sono stati vittime della “macchina del fango”
dei media spagnoli che li hanno accusati di presunte corruzioni: anche questo
ci serva da lezione per ricordarci che gli strumenti più biechi del centralismo
statalista sono uguali ovunque ma anche che non si possono più correre
ulteriori rischi affidandosi a personaggi meno che esemplari.
Una delle caratteristiche della
Esquerra è di avere come obiettivo la libertà della Catalogna identitaria e non solo della Regione di
Barcellona: Valencia, le Baleari, parti dell’Aragona, Andorra, il
Roussillon e Alghero sono tutti coinvolti nel processo complessivo di
riformazione di una grande comunità identitaria catalana, che va al di là di
comunanze socio-economiche. Anche questo ha una forte valenza esemplare per gli
autonomisti di casa nostra che troppo spesso tendono a rifluire su
microregionalismi improduttivi dimenticando la forza insostituibile dell’azione
complessiva di tutte le comunità padane, anche se più o meno ricche di soldi e
di coscienza identitaria.
La stessa Esquerra (e con lei gli
altri partiti minori di sinistra anche estrema) sono la dimostrazione della
trasversalità del progetto indipendentista: se è un intero popolo che vuole
liberarsi, la sua volontà va espressa anche attraverso partiti e
organizzazioni strutturati su diverse basi ideologiche. Destra e sinistra
possono (devono) essere divise su temi politici ma devono marciare unite verso
la liberazione di tutta la comunità. Fa tristezza vedere a questo proposito che
alle primarie del Pd nessuno abbia sentito il bisogno di rappresentare le
istanze autonomiste e padaniste. Che fine hanno fatto i buoni propositi dei
vari Cacciari, Chiamparino eccetera? Della parte avversa non vale neppure la
pena di parlare.
Serve a questo punto fare un
serio esame del comportamento dei nostri partiti autonomisti paragonandolo a quello dei
fratelli catalani. Di questo ci si occuperà nei prossimi giorni.

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