"Il Cittadino 26.09.2012"
Egregio direttore, vorrei esprimere la mia opinione in riferimento a una lettera apparsa nella rubrica dedicata ai lettori del quotidiano. Mi riferisco all’intervento di Giovanni Barbaglio (“Uno slogan che ferisce la coscienza”) pubblicato sull’edizione del 20 settembre. Non mi interessa la dialettica politica italiana, ma alcune considerazioni dell’autore della missiva meritano a mio parere una riflessione. Barbaglio sostiene che la Lombardia, e più in generale le regioni del Nord Italia, non possono paragonarsi a Scozia e Catalogna nella loro richiesta di autonomia, questo perché “se la Scozia o la Catalogna hanno motivi storicoculturali che giustificano riflessioni su quale livello di autonomia perseguire, il Nord Italia, che è stato al contrario nel passato teatro di conquista di decine di popolazioni che hanno lasciato innumerevoli segni di diversità, ha storicamente percorso strade completamente diverse, assai frazionate, tanto che ancor oggi è presente un campanilismo fortemente localizzato; la Lega, allora, falsamente crea un nuovo termine, stonato e cacofonico, come Padania, fatto per unire ma che non riesce ad unire perché non ha basi né storiche né geografiche né culturali e perché si rivolge ed inesistenti genti del nord”. I concetti espressi da Barbaglio, guarda caso, li ho spesso riscontrati sui giornali britannici che, naturalmente, nella maggior parte dei casi, non vedono di buon occhio le istanze di autonomia degli scozzesi, ai quali peraltro contestano le stesse cose: popolo inesistente; William Wallace, l’eroe scozzese per antonomasia, è un’invenzione letteraria a uso e consumo dei nazionalisti, e via dicendo. Ricordo che la Scozia è parte integrante del Regno Unito dal 1700, mentre la partecipazione della Catalogna allo Stato spagno lo è ancora più datata.
Non si capisce a questo punto perché Lombardia e Veneto, che vanta una storia millenaria con la Serenissima, «italiane» solo da 150 (la Lombardia fu austriaca per 160) e 145 anni, non possano avere le stesse aspirazioni di Scozia e Catalogna. Esiste un manuale scientifico per stabilire se un popolo è tale? Ci sono riferimenti o limiti «etnico biologici» che determinano o meno la possibilità di creare uno Stato? Ci si vuol fare credere che sulla Terra esistano popolazioni che, in quanto geneticamente riconducibili a un’origine ben definita e mai mutata nei secoli (!), abbiano diritto o meno a decidere del proprio futuro? Lo Stato non è Dio, ma un modo per organizzare la società, una sorta di «contratto sociale» che può essere condiviso o meno e nel tempo mutare: è successo e succederà sempre. La storia insegna che esistono le “culture”, alla cui formazione hanno contribuito nel corso dei secoli soggetti differenti e a questa situazione appunto la Lombardia ( e il Veneto) non si sottrae. La Scozia la conosco piuttosto bene, essendoci stato più volte e avendo composto una tesi proprio sulla materia della “devoluzione”. Come tutte le realtà del pianeta, a formare la sua storia hanno con tribuito diverse culture; fra le più importanti, quella vichinga, l’irlandese e in tempi recenti gli immigrati provenienti dai Paesi del Commonwealth britannico, soprattutto indiani e pakistani. La Catalogna è una delle regioni più prospere della Spagna e da sempre attira diverse persone da tutta l’area iberica e ispanoamericana: questo non è un buon motivo, per chi si sente catalano, per rinunciare a chiedere l’autonomia. Evidentemente, in Scozia e in Catalogna, non si sono fatti plagiare con un lavaggio del cervello. Il problema non è se i lombardi o i veneti (che entrambi hanno fatto parte dell’Impero asburgico) siano o meno italiani, ma se vogliono o no essere cittadini dello Stato italiano. Del resto il popolo italiano è un falso del falso «ri sorgimento», lo Stato italiano non doveva risorgere perché in effetti non era mai esistito. Sergio Romano, che non può essere tacciato di simpatie filoleghiste, ha illustrato sapientemente i due grandi filoni di azioni promosse per «sorreggere» lo Stato unitario. Nel primo sono comprese repressioni, stati d’assedio, violenze interne, dittatura, le avventure coloniali e tutte le guerre che sono servite a deviare le energie che avrebbero potuto essere potenzialmente pericolose per la stabilità interna. Nel secondo la scuola, la leva obbligatoria, la propaganda a tutti i livelli, la retorica patriottica vecchio stile e quella postmoderna rappresentata dal calcio, dalla televisione e dai mezzi di distrazione di massa. Nel dopoguerra, per cementare un’unità salvaguardata ancora una volta dalle esigenze degli equilibri internazionali, si sono percorse altre vie: l’»acquisto» del consenso da parte delle forze politiche e la diluizione del problema nel calderone europeo. Raccolto l’invito del signor Barbaglio a conoscere la storia, sottolineo che in Lombardia, a differenza degli altri Stati preunitari, dopo il Trattato di Zurigo non c’è stato alcun plebiscito sull’annessione al Regno di Sardegna. Quanto all’«inconsistenza» dei lombardi come popolo, per non abusare dello spazio concessomi, rimando alla lettura di «Notizie naturali e civili su la Lombardia», opera meritoria di Carlo Cattaneo, che al parla mento italiano preferì l’esilio in Svizzera.
Non si capisce a questo punto perché Lombardia e Veneto, che vanta una storia millenaria con la Serenissima, «italiane» solo da 150 (la Lombardia fu austriaca per 160) e 145 anni, non possano avere le stesse aspirazioni di Scozia e Catalogna. Esiste un manuale scientifico per stabilire se un popolo è tale? Ci sono riferimenti o limiti «etnico biologici» che determinano o meno la possibilità di creare uno Stato? Ci si vuol fare credere che sulla Terra esistano popolazioni che, in quanto geneticamente riconducibili a un’origine ben definita e mai mutata nei secoli (!), abbiano diritto o meno a decidere del proprio futuro? Lo Stato non è Dio, ma un modo per organizzare la società, una sorta di «contratto sociale» che può essere condiviso o meno e nel tempo mutare: è successo e succederà sempre. La storia insegna che esistono le “culture”, alla cui formazione hanno contribuito nel corso dei secoli soggetti differenti e a questa situazione appunto la Lombardia ( e il Veneto) non si sottrae. La Scozia la conosco piuttosto bene, essendoci stato più volte e avendo composto una tesi proprio sulla materia della “devoluzione”. Come tutte le realtà del pianeta, a formare la sua storia hanno con tribuito diverse culture; fra le più importanti, quella vichinga, l’irlandese e in tempi recenti gli immigrati provenienti dai Paesi del Commonwealth britannico, soprattutto indiani e pakistani. La Catalogna è una delle regioni più prospere della Spagna e da sempre attira diverse persone da tutta l’area iberica e ispanoamericana: questo non è un buon motivo, per chi si sente catalano, per rinunciare a chiedere l’autonomia. Evidentemente, in Scozia e in Catalogna, non si sono fatti plagiare con un lavaggio del cervello. Il problema non è se i lombardi o i veneti (che entrambi hanno fatto parte dell’Impero asburgico) siano o meno italiani, ma se vogliono o no essere cittadini dello Stato italiano. Del resto il popolo italiano è un falso del falso «ri sorgimento», lo Stato italiano non doveva risorgere perché in effetti non era mai esistito. Sergio Romano, che non può essere tacciato di simpatie filoleghiste, ha illustrato sapientemente i due grandi filoni di azioni promosse per «sorreggere» lo Stato unitario. Nel primo sono comprese repressioni, stati d’assedio, violenze interne, dittatura, le avventure coloniali e tutte le guerre che sono servite a deviare le energie che avrebbero potuto essere potenzialmente pericolose per la stabilità interna. Nel secondo la scuola, la leva obbligatoria, la propaganda a tutti i livelli, la retorica patriottica vecchio stile e quella postmoderna rappresentata dal calcio, dalla televisione e dai mezzi di distrazione di massa. Nel dopoguerra, per cementare un’unità salvaguardata ancora una volta dalle esigenze degli equilibri internazionali, si sono percorse altre vie: l’»acquisto» del consenso da parte delle forze politiche e la diluizione del problema nel calderone europeo. Raccolto l’invito del signor Barbaglio a conoscere la storia, sottolineo che in Lombardia, a differenza degli altri Stati preunitari, dopo il Trattato di Zurigo non c’è stato alcun plebiscito sull’annessione al Regno di Sardegna. Quanto all’«inconsistenza» dei lombardi come popolo, per non abusare dello spazio concessomi, rimando alla lettura di «Notizie naturali e civili su la Lombardia», opera meritoria di Carlo Cattaneo, che al parla mento italiano preferì l’esilio in Svizzera.

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