"La Padania 15.07.2012"
Dal palco di Assago e nei successivi incontri pubblici, il neosegretario della Lega Nord, Roberto Maroni, ha più volte parlato della necessità che la Lega diventi il partito egemone del Nord. Deve insomma tornare a essere la titolare esclusiva della Questione settentrionale: perché questo solo alla Lega - e a nessun altro - compete, per la sua storia politica e la sua tradizione ideologica. Questo è lo strumento privilegiato per la realizzazione del progetto politico di puntare alla costruzione dell’Europa dei Popoli da un lato e di anteporre sempre le ragioni del Nord a quelle dello Stato dall’altro. Per tale ragione, una riflessione sul partito egemone, che è poi - dal punto di vista politologico - il “partito di raccolta”, è necessaria. Il partito “di raccolta” è un partito che raccoglie il voto territoriale in senso trasversale, al di là degli steccati ideologici. Proprio per ciò esprime la rappresentanza territoriale e tutela gli interessi organizzati della popolazione di questo territorio. È il partito che si impone perché è l’unico nume tutelare delle ragioni (etniche, culturali, linguistiche, economiche, produttive, sociali) di un territorio. Per questo fondamentale motivo raccoglie vasti consensi, che non sono ideologizzati - né di destra, né di sinistra; né tecnocratici, né populisti - e li rappresenta in sede politica locale e nazionale.
E deve puntare a raccogliere la maggioranza relativa dei voti del territorio per poi ambire a quella assoluta. È un partito-istituzione perché al suo interno, fra le varie correnti che lo animano, si sviluppa il dibattito democratico. Che serve a orientare l’azione politica nell’ambito delle istituzioni territoriali locali e anche nazionali. Così il partito diventa istituzione. È l’istituzione attraverso la quale il cittadino concorre a determinare l’indirizzo politico del territorio. È l’istituzione nell’ambito della quale si auto-organizza la comunità volontaria. All’interno del partito si giocano le partite vere che esprimono la volontà politica. Fa riferimento a un blocco sociale assai eterogeneo e stratificato; un blocco sociale (eterogeneo) di riferimento che crea lui stesso, nel senso che lo costruisce nel tempo, assolvendo al suo compito di agenzia di socializzazione primaria. E dà rappresentanza alle varie realtà sociali ed economiche presenti sul territorio. È infatti un partito inclusivo, non esclusivo. L’obiettivo del partito “di raccolta” è quello di costruire - su base etnica o culturale, economica o sociale (non importa quale sia il collante ideologico) - un forte patriottismo territoriale. Cioè un sentimento di appartenenza che è una vocazione e che alimenta la tensione verso la rivoluzione da compiere: l’indipendenza. È un partito popolare ma non populista. E dal punto di vista organizzativo è un partito moderno, capace di riorganizzarsi in ogni circostanza, di inseguire il mutamento storico e sociale, pena l’esclusione dalla storia. E sfrutta la fitta rete aggregativa locale e comunque i luoghi privilegiati della socialità territoriale come “motore” per catalizzare il consenso. Ha una forte capacità di dialogo con tutte le realtà economiche, sociali, produttive, culturali locali perché mira all’allargamento del dialogo e del consenso, ma anche alla legittimazione politica. Il dialogo con l’organizzazione strutturata delle categorie, degli ambiti territoriali e delle realtà sociali è fondamentale (associazioni di genere, giovanili, anziani, scuola, ambiente, formazione, artigiani, commercianti, imprenditori). Tutte queste realtà si possono trasformare in correnti interne che fanno la forza del partito, che diventa - nel suo piccolo - un partito di massa, organizzato ed efficiente. L’obbiettivo di fondo deve infatti essere condiviso e si caratterizza per essere l’elemento di convergenza di interessi organizzati e ceti sociali anche contrapposti. Dal punto di vista storico, nella realtà italiana, si possono considerare partiti di raccolta quelli autonomisti. Sin dalla nascita delle cinque Regioni a Statuto speciale, essi hanno un rapporto strategico di contratto-scambio (come lo chiamava Miglio) con lo Stato centrale di Roma. Facendo leva sul rapporto di contrattoscambio hanno potuto conquistare i loro crescenti privilegi, fondati sul ricatto continuo (“continuiamo ad aderire alla Repubblica e non ce ne andiamo, se ci date...”). Perché la Repubblica, con gli Statuti speciali, ha posto queste regioni ai confini del Federalismo, favorendo il radicarsi di questa prassi. Basti ricordare quante volte, nella storia della Repubblica, i governi democristiani sono stati salvati dal voto della Volkspartei, che poi - in cambio - ha ottenuto privilegi per il SudTirolo. Se la Lega ottiene la maggioranza relativa - diventa cioè il partito egemone, il partito “di raccolta” degli interessi del Grande Nord - può avviare un rapporto di contrattoscambio con lo Stato centrale? Certo. Le dimensioni della Questione settentrionale, oggi, sono enormi e non più ricomponibili. L’ha riconosciuto anche Panebianco sul Corriere della Sera: «La frattura Nord/Sud è più viva e forte che mai e, con essa, la distanza che separa certe regioni del Sud dal Nord Italia. Con la differenza che, un tempo, la speranza di venirne a capo mobilitava intelligenze e cervelli. Oggi non più». Oggi è subentrata la rassegnazione. «Se verrà meno il vincolo europeo, quanto tempo passerà prima che il conflitto territoriale esploda in forme incontrollabili? ». Questo è un punto di forza del negoziato. Non dimentichiamoci che circa il 60% del Pil viene da Lombardia, Veneto e Piemonte. E che ogni anno queste regioni staccano un assegno di circa 60 miliardi di euro a beneficio del resto del Paese. L’Istat ha appena anticipato i dati del Pil del 2011. Il Nord cresce, malgrado la crisi, mentre il Centro e il Sud sono fermi al palo. Se allo Stato centrale di Roma dovesse mancare il 60% del Pil e anche le risorse annuali dei trasferimenti dalle regioni del Nord, il sistema Italia crollerebbe. Non sarebbe più in grado di onorare il debito pubblico e assistere il Mezzogiorno. Farebbe davvero la fine della Grecia. Questo sul piano interno. Sul piano esterno, la forza derivante dall’essere il partito egemone al Nord - che antepone il Nord a tutto - legittimerebbe le trattative politiche autonome per la nascita di un’Europa dei Popoli su base macroregionale. Un’Europa nuova e diversa, che riconosca le prerogative di autonomia e di autogoverno delle comunità. Oltre il cupio dissolvi dello Stato.

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