“Paolo
Brera”
“La
Padania 25.02.2014”
L'euro è
un fenomeno passeggero? Chi può dirlo! Ma è certo che un Immortale si è
espresso contro di esso. L'immortale in questione è il premio Nobel Amartya Sen,
il cui primo nome, in lingua bengalese, significa appunto
"immortale". Sen ha parlato in modo duro: «L'euro è stato un'idea
orribile. Lo penso da tempo. Un errore che ha messo l'economia europea sulla strada
sbagliata. Una moneta unica non è un buon modo per iniziare a unire l'Europa. l
punti deboli economici portano animosità invece che rafforzare i moti vi per
stare assieme. Hanno un effetto-rottura invece che di legame. Le tensioni che
si sono create sono l'ultima cosa di cui ha bisogno l'Europa...». Amartya Kumar
Sen ha 81 anni ed è nato nel Bengala occidentale quando l'India era ancora una
colonia britannica. I suoi studi li ha fatti, di conseguenza, in Inghilterra, al
Trinity College di Cambridge, dove era uno dei dodici della società segreta accademica
Cambridge Conversazione Society, conosciuta anche come "Gli apostoli di
Cambridge". Altri erano stati, per esempio, John Maynard Keynes o
Ludwig Wittgenstein, il primo forse per fare un po' di dragaggio e il secondo
con riluttanza perché non gli avevano offerto il ruolo cu i aspirava, quello di
Dio. Per Sen, il passaggio a Cambridge gli dà fra l'altro l'opportunità di
essere allievo di Joan Robinson, «totalmente geniale ma vigorosamente intollerante».
Deve venire dall'insegnamento della Robinson l'idea che l'economia, oltre a studiare la ricchezza, possa con uguale frutto studiare anche la povertà, e perfino la povertà estrema. Il lavoro che ha dato a Sen la celebrità è "Poverty and Famines: An Essay on Entitlement and Deprivation" (in italiano Povertà e carestie"), del 1981. A otto anni, l'economista aveva assistito alla grande carestia del Bengala, costata la vita a tre o quattro milioni di persone. La causa di quella carestia non era la mancanza assoluta di cibo, ma la sua carente distribuzione: le campagne erano state spogliate di tutto a favore delle città, e soprattutto dello sforzo bellico imposto dagli inglesi all'India per combattere la Germania e il Giappone. In altre faccende affaccendate, le autorità britanniche di fronte alla carestia non avevano preso la più semplice delle misure, calmierare i prezzi alimentari. Buona parte del Bengala si era così trasformata in un campo di sterminio senza recinti di filo spinato. Dopo quel primo lavoro Sen ha scritto diverse altre opere, elaborando idee piuttosto nuove non solo in campo economico, ma anche in quello politico e sociale. Dell'euro si è occupato non in modo organico, ma in risposta a domande di giornalisti. «Quando tra i diversi Paesi hai differenziali di crescita e di produttività – ha detto - servono aggiustamenti dei tassi di cambio. Non potendo far li, si è dovuto seguire la via degli aggiustamenti nell'economia, cioè più disoccupazione, la sconfitta dei sindacati, il taglio ai servizi sociali. Costi molto pesanti che spingono verso un declino progressivo». «È successo che a quell'errore è stata data la risposta più facile e più sbagliata, si sono fatte politiche di austerità. L'Europa ha bisogno di riforme: pensioni, tempo di lavoro, eccetera. E quelle vanno fatte, soprattutto in Grecia, Portogallo, Spagna, Italia. Ma non hanno niente a che fare con l'austerità. È come se avessi bisogno di aspirina ma il medico decide di darmela solo abbinata a una dose di veleno: o quella o niente. No, le riforme si fanno meglio senza austerità, le due cose vanno separate». «La Germania ha sicuramente beneficiato della moneta unica. Oggi abbiamo un euro-marco sottovalutato e una euro-dracma sopravvalutata, se così si può dire. Ma non credo che ci sia uno spirito del male tedesco. Non ci sono malvagi in questa cosa terribile che sta succedendo. È che hanno sbagliato anche i tedeschi. E si è finiti con la Germania denigrata...».
Deve venire dall'insegnamento della Robinson l'idea che l'economia, oltre a studiare la ricchezza, possa con uguale frutto studiare anche la povertà, e perfino la povertà estrema. Il lavoro che ha dato a Sen la celebrità è "Poverty and Famines: An Essay on Entitlement and Deprivation" (in italiano Povertà e carestie"), del 1981. A otto anni, l'economista aveva assistito alla grande carestia del Bengala, costata la vita a tre o quattro milioni di persone. La causa di quella carestia non era la mancanza assoluta di cibo, ma la sua carente distribuzione: le campagne erano state spogliate di tutto a favore delle città, e soprattutto dello sforzo bellico imposto dagli inglesi all'India per combattere la Germania e il Giappone. In altre faccende affaccendate, le autorità britanniche di fronte alla carestia non avevano preso la più semplice delle misure, calmierare i prezzi alimentari. Buona parte del Bengala si era così trasformata in un campo di sterminio senza recinti di filo spinato. Dopo quel primo lavoro Sen ha scritto diverse altre opere, elaborando idee piuttosto nuove non solo in campo economico, ma anche in quello politico e sociale. Dell'euro si è occupato non in modo organico, ma in risposta a domande di giornalisti. «Quando tra i diversi Paesi hai differenziali di crescita e di produttività – ha detto - servono aggiustamenti dei tassi di cambio. Non potendo far li, si è dovuto seguire la via degli aggiustamenti nell'economia, cioè più disoccupazione, la sconfitta dei sindacati, il taglio ai servizi sociali. Costi molto pesanti che spingono verso un declino progressivo». «È successo che a quell'errore è stata data la risposta più facile e più sbagliata, si sono fatte politiche di austerità. L'Europa ha bisogno di riforme: pensioni, tempo di lavoro, eccetera. E quelle vanno fatte, soprattutto in Grecia, Portogallo, Spagna, Italia. Ma non hanno niente a che fare con l'austerità. È come se avessi bisogno di aspirina ma il medico decide di darmela solo abbinata a una dose di veleno: o quella o niente. No, le riforme si fanno meglio senza austerità, le due cose vanno separate». «La Germania ha sicuramente beneficiato della moneta unica. Oggi abbiamo un euro-marco sottovalutato e una euro-dracma sopravvalutata, se così si può dire. Ma non credo che ci sia uno spirito del male tedesco. Non ci sono malvagi in questa cosa terribile che sta succedendo. È che hanno sbagliato anche i tedeschi. E si è finiti con la Germania denigrata...».

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