“Stefano Bruno Galli”
“lintraprendente.it 20.09.2013”
Caro direttore, sono convinto che l’importante è
che se ne parli. Non del sottoscritto, intendiamoci, ma della Questione
settentrionale e della Macroregione, del federalismo e dell’autonomia. Credo
che insistere su questi temi, come faccio da sei mesi a questa parte in
Consiglio regionale, appena le circostanze me lo permettono, sia molto importante.
Obbliga infatti a confrontarsi con un vocabolario che incide in profondità
sulla cultura politica. Nel dibattito dell’aula trova così sempre più spazio
una generalizzata, condivisa e trasversale sensibilità verso una maggiore
autonomia regionale, intesa nel suo significato politico e amministrativo di
non-dipendenza dallo Stato centrale. Ben vengano allora gli articoli come
quello che mi ha dedicato l’altro ieri il Corriere della Sera. Si riferiva a
una conferenza che ho tenuto lunedì scorso a Rho, invitato dal Rotary, sulla
Questione settentrionale e il federalismo, dove non mi sono lasciato andare a
valutazioni di carattere ideologico, ma ho sempre cercato di tenere alto il
profilo scientifico dell’analisi.
Sono convinto che la Questione settentrionale in termini attuali si fondi su tre elementi: una indiscutibile leadership economica e produttiva del Nord a livello europeo, una parimenti indiscutibile condizione di schiavitù fiscale imposta dallo Stato centrale e un ingente patrimonio di capitale sociale, di civicness. La Questione settentrionale non emerge – come erroneamente pensano molti analisti, politologi, sociologi ed economisti – nel tornante fra la morte della Prima repubblica e la nascita della seconda. È, piuttosto un’aporia, cioè una contraddizione originaria, profondamente radicata nel dna della Repubblica sin dalle sue origini, nel secondo immediato dopoguerra. Una contraddizione radicata e non mai risolta. Altrimenti non si spiega perché un gruppo di giovani neolaureati della Cattolica e della Bocconi, a Como nel 1945, teorizzasse la necessità di fondare un cantone cisalpino nel quadro di un ordine politico federale deliberatamente ispirato a quello elvetico. Anche allora il Nord veniva già considerato come “una monumentale vacca da mungere” e Roma la capitale di uno Stato centrale elefantiaco a causa di una “burocrazia farraginosa e parassitaria”. Altrimenti non si spiega perché Guido Fanti, esponente del Pci e primo presidente della Regione Emilia-Romagna, nel novembre del 1975, a conclusione della prima legislatura, proponesse la costituzione di una Lega del Po, costruita su una rete di relazioni organiche e permanenti fra le cinque regioni della valle del Po (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Liguria). Fanti individuava nel superamento del centralismo il passo necessario per fronteggiare con successo le dinamiche dell’economia internazionale e la crisi economica, politica e sociale, degli anni Settanta. Auspicava l’aggregazione di una macroregione del Nord, che superasse le ormai vecchie strutture dello Stato burocratico e accentratore per potenziare le relazioni interregionali sul terreno dell’agricoltura, delle infrastrutture, dei servizi, del turismo, del commercio, della cultura, della ricerca scientifica, dei trasporti e dello sviluppo tecnologico nel settore dell’industria – soprattutto piccola e media impresa – e dei servizi. Altrimenti non si spiega perché Gianfranco Miglio, già protagonista del movimento del Cisalpino e interlocutore privilegiato di Guido Fanti, progettasse la nascita – nei primi anni Novanta – di una Macroregione del Nord, nell’ambito di una necessaria disarticolazione e di una più moderna riaggregazione della suddivisione amministrativa dello stivale in tre grandi aree. Anche un prestigioso istituto di ricerca come la Fondazione Agnelli, nello stesso periodo, guardava con interesse alla Macroregione del Nord e alla capitale reticolare. Nel quadro della storia della Repubblica, la Questione settentrionale si è sempre configurata come un torrente carsico, emergendo ogni quarto di secolo secondo un andamento ciclico, quando lo Stato versa in una condizione di grave crisi. E ha sempre trovato una soluzione nella prospettiva macroregionale; una prospettiva che oggi è piu viva che mai, se guardiamo al Nord come a quell’area del Paese che non è mantenuta, ma mantiene il resto. Le graduatorie del residuo fiscale del Nord – la differenza tra i trasferimenti allo Stato e quanto torna indietro per onorare le spese locali e statali – ci dicono che al comando c’è la Lombardia, seguita dal Veneto e dall’Emilia-Romagna pressoché appaiate eppoi dal Piemonte. E la somma del residuo di Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto, non fa quello della Lombardia. Giusto per sottolineare quanto sia avanti la regione oggi guidata da Roberto Maroni. Ai nostri giorni il Nord copre quasi la metà del Pil e, ogni anno, stacca un assegno – a beneficio del Paese – di circa sessanta miliardi di euro per poi godere di circa il 65 per cento dei trasferimenti erogati. Per intenderci, ogni cittadino del Nord in età lavorativa, dai 14 ai 65 anni, versa allo Stato oltre 15mila euro all’anno: tale è l’ammontare del residuo fiscale pro-capite. Tutti noi, ogni anno regaliamo un’auto di media cilindrata a Roma. Beneficienza allo stato puro. E anche una buona dose di coglionaggine, ammetterai. Di fronte a queste riflessioni e a questi dati, sui quali ho cercato di ragionare nella conferenza di Rho, non regge – caro direttore – nessuna contestazione, anche da parte di chi si sente offeso per via delle proprie origini meridionali. Se poi, su centocinquanta presenti, le contestazioni arrivano da due sparute persone – orgogliose (?!) di pagare una valanga di tasse senza ricevere nulla in cambio da uno Stato burocratico e accentratore, che è ingordo e predatore – la polemica è davvero risibile e inesistente. Dobbiamo prendere atto che, nella crisi, non c’è più spazio per nessuna forma di cooperazione. Basta guardare a quel che sta accadendo in Germania. In previsione della necessità di ottenere il pareggio di bilancio, imposto da Berlino non solo agli altri Stati europei – che lo hanno improvvidamente costituzionalizzato – ma anche a tutti i Länder, le amministrazioni che non riescono a far quadrare i conti nel rapporto tra Pil e debito (Berlino, Amburgo, Brema, Saarland e Nord Reno-Westfalia) sono destinate a vedere erosa la propria autonomia e, in prospettiva, a valutare l’ipotesi dell’accorpamento con altre unità regionali. Si parla infatti di rimettere in discussione i principi del federalismo tedesco, che è un modello di federalismo cooperativo, e di ridurre il numero dei Länder da 16 a 11, se non addirittura a 9. Ma il federalismo o è competitivo o non è. Al tempo di una crisi economica così forte, e con pesanti ripercussioni sociali, ogni amministrazione regionale deve essere inchiodata alle proprie responsabilità. Non si può più trascurare la spesa pubblica locale in relazione al Pil regionale e alla capacità fiscale territoriale. Devono essere inoltre ripensate – questo ci dice l’esempio tedesco – le politiche assistenziali concepite per sanare gli squilibri territoriali; politiche assistenziali che, per quanto attiene allo Stato centrale con il Mezzogiorno, hanno assunto un carattere diffusamente clientelare e, nel corso di almeno mezzo secolo, non hanno mai prodotto risultati accettabili. Di solidarietà in questo paese ce n’è stata sin troppa. Ma se il Nord non paga le tasse per un paio di mesi, costringe lo Stato a venire quassù a trattare la resa e a concedere delle forme assai ampie di autonomia politica e amministrativa. Questo deve essere l’obiettivo di tutti gli autonomisti radicali come me. Con amicizia.
Sono convinto che la Questione settentrionale in termini attuali si fondi su tre elementi: una indiscutibile leadership economica e produttiva del Nord a livello europeo, una parimenti indiscutibile condizione di schiavitù fiscale imposta dallo Stato centrale e un ingente patrimonio di capitale sociale, di civicness. La Questione settentrionale non emerge – come erroneamente pensano molti analisti, politologi, sociologi ed economisti – nel tornante fra la morte della Prima repubblica e la nascita della seconda. È, piuttosto un’aporia, cioè una contraddizione originaria, profondamente radicata nel dna della Repubblica sin dalle sue origini, nel secondo immediato dopoguerra. Una contraddizione radicata e non mai risolta. Altrimenti non si spiega perché un gruppo di giovani neolaureati della Cattolica e della Bocconi, a Como nel 1945, teorizzasse la necessità di fondare un cantone cisalpino nel quadro di un ordine politico federale deliberatamente ispirato a quello elvetico. Anche allora il Nord veniva già considerato come “una monumentale vacca da mungere” e Roma la capitale di uno Stato centrale elefantiaco a causa di una “burocrazia farraginosa e parassitaria”. Altrimenti non si spiega perché Guido Fanti, esponente del Pci e primo presidente della Regione Emilia-Romagna, nel novembre del 1975, a conclusione della prima legislatura, proponesse la costituzione di una Lega del Po, costruita su una rete di relazioni organiche e permanenti fra le cinque regioni della valle del Po (Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Liguria). Fanti individuava nel superamento del centralismo il passo necessario per fronteggiare con successo le dinamiche dell’economia internazionale e la crisi economica, politica e sociale, degli anni Settanta. Auspicava l’aggregazione di una macroregione del Nord, che superasse le ormai vecchie strutture dello Stato burocratico e accentratore per potenziare le relazioni interregionali sul terreno dell’agricoltura, delle infrastrutture, dei servizi, del turismo, del commercio, della cultura, della ricerca scientifica, dei trasporti e dello sviluppo tecnologico nel settore dell’industria – soprattutto piccola e media impresa – e dei servizi. Altrimenti non si spiega perché Gianfranco Miglio, già protagonista del movimento del Cisalpino e interlocutore privilegiato di Guido Fanti, progettasse la nascita – nei primi anni Novanta – di una Macroregione del Nord, nell’ambito di una necessaria disarticolazione e di una più moderna riaggregazione della suddivisione amministrativa dello stivale in tre grandi aree. Anche un prestigioso istituto di ricerca come la Fondazione Agnelli, nello stesso periodo, guardava con interesse alla Macroregione del Nord e alla capitale reticolare. Nel quadro della storia della Repubblica, la Questione settentrionale si è sempre configurata come un torrente carsico, emergendo ogni quarto di secolo secondo un andamento ciclico, quando lo Stato versa in una condizione di grave crisi. E ha sempre trovato una soluzione nella prospettiva macroregionale; una prospettiva che oggi è piu viva che mai, se guardiamo al Nord come a quell’area del Paese che non è mantenuta, ma mantiene il resto. Le graduatorie del residuo fiscale del Nord – la differenza tra i trasferimenti allo Stato e quanto torna indietro per onorare le spese locali e statali – ci dicono che al comando c’è la Lombardia, seguita dal Veneto e dall’Emilia-Romagna pressoché appaiate eppoi dal Piemonte. E la somma del residuo di Piemonte, Emilia-Romagna e Veneto, non fa quello della Lombardia. Giusto per sottolineare quanto sia avanti la regione oggi guidata da Roberto Maroni. Ai nostri giorni il Nord copre quasi la metà del Pil e, ogni anno, stacca un assegno – a beneficio del Paese – di circa sessanta miliardi di euro per poi godere di circa il 65 per cento dei trasferimenti erogati. Per intenderci, ogni cittadino del Nord in età lavorativa, dai 14 ai 65 anni, versa allo Stato oltre 15mila euro all’anno: tale è l’ammontare del residuo fiscale pro-capite. Tutti noi, ogni anno regaliamo un’auto di media cilindrata a Roma. Beneficienza allo stato puro. E anche una buona dose di coglionaggine, ammetterai. Di fronte a queste riflessioni e a questi dati, sui quali ho cercato di ragionare nella conferenza di Rho, non regge – caro direttore – nessuna contestazione, anche da parte di chi si sente offeso per via delle proprie origini meridionali. Se poi, su centocinquanta presenti, le contestazioni arrivano da due sparute persone – orgogliose (?!) di pagare una valanga di tasse senza ricevere nulla in cambio da uno Stato burocratico e accentratore, che è ingordo e predatore – la polemica è davvero risibile e inesistente. Dobbiamo prendere atto che, nella crisi, non c’è più spazio per nessuna forma di cooperazione. Basta guardare a quel che sta accadendo in Germania. In previsione della necessità di ottenere il pareggio di bilancio, imposto da Berlino non solo agli altri Stati europei – che lo hanno improvvidamente costituzionalizzato – ma anche a tutti i Länder, le amministrazioni che non riescono a far quadrare i conti nel rapporto tra Pil e debito (Berlino, Amburgo, Brema, Saarland e Nord Reno-Westfalia) sono destinate a vedere erosa la propria autonomia e, in prospettiva, a valutare l’ipotesi dell’accorpamento con altre unità regionali. Si parla infatti di rimettere in discussione i principi del federalismo tedesco, che è un modello di federalismo cooperativo, e di ridurre il numero dei Länder da 16 a 11, se non addirittura a 9. Ma il federalismo o è competitivo o non è. Al tempo di una crisi economica così forte, e con pesanti ripercussioni sociali, ogni amministrazione regionale deve essere inchiodata alle proprie responsabilità. Non si può più trascurare la spesa pubblica locale in relazione al Pil regionale e alla capacità fiscale territoriale. Devono essere inoltre ripensate – questo ci dice l’esempio tedesco – le politiche assistenziali concepite per sanare gli squilibri territoriali; politiche assistenziali che, per quanto attiene allo Stato centrale con il Mezzogiorno, hanno assunto un carattere diffusamente clientelare e, nel corso di almeno mezzo secolo, non hanno mai prodotto risultati accettabili. Di solidarietà in questo paese ce n’è stata sin troppa. Ma se il Nord non paga le tasse per un paio di mesi, costringe lo Stato a venire quassù a trattare la resa e a concedere delle forme assai ampie di autonomia politica e amministrativa. Questo deve essere l’obiettivo di tutti gli autonomisti radicali come me. Con amicizia.

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