“lintraprendente.it 22.08.2013”
Il caso dell’imam giordano Riyadh al Bustanji, che
è stato invitato a Milano dal Caim (il Coordinamento delle Associazione
Islamiche Milanesi) dopo aver esaltato il martirio di bambini-suicidi, impone
una serie di considerazioni a quanti si riconoscono nel pensiero libertario e,
più in generale, a quanti hanno a cuore le ragioni della libertà personale. Uno
dei tratti più nobili della tradizione occidentale, che siamo anche in questa
circostanza chiamati a difendere, è la libertà religiosa. Il pluralismo che ne
discende non è separabile dalla necessità di riconoscere a chiunque la piena
libertà di parola. Le cose dette dall’imam sono terribili, ma questo non
autorizza a chiudergli la bocca. In tale circostanza, la difesa di ciò che
siamo implica che anche al Bustanji possa esporre le sue tesi.
Quando nei secoli scorsi la riflessione filosofico-politica del liberalismo classico ha iniziato a interrogarsi sul diritto di parola, quella che venne affermata fu proprio la legittimità di formulare tesi altamente contestabili e perfino pericolose. E la teoria liberale è stata molto netta nel definire il confine tra gli atti e le idee, censurando i primi (quando lesivi dei diritti altrui) e tollerando le seconde. Il primo articolo del Bill of Rights americano è chiarissimo nel momento in cui afferma che “il Congresso non farà leggi (…) che intralcino la libertà di parola o della stampa”. La società occidentale deve dare testimonianza di ciò che è sostenendo con forza che questo vale anche per l’imam, che ha il diritto di esprimersi come vuole. Ma il diritto di esprimersi protegge lui in quanto protegge per tutti. C’è infatti da sperare che non abbia conseguenze la volontà espressa dal Caim stesso di avviare un procedimento contro Davide Romano, portavoce della sinagoga Beth Shlomo, accusato di dire ad alta voce quello che pensa sull’imam in questione e su chi l’ha invitato. Ogni volta che il diritto di esprimersi viene conculcato, ci si allontana dalla civiltà liberale e dalle garanzie che essa afferma. Per giunta, ognuno di noi ha certo il diritto, ma ancor più il dovere morale di contestare apertamente le assurdità delle opinioni espresse da al Bustanij. In questo senso, non soltanto fa bene chi lo critica, ma la nostra società può avere un futuro solo se la libertà d’espressione di tutti è accompagnata da comportamenti molto netti di pubblica censura nei riguardi di ogni tesi che metta a rischio la vita sociale. I fiancheggiatori dei terroristi non devono perdere la libertà di parola, ma quanti vogliano proteggere i propri diritti devono ovviamente essere liberi di dire quello che pensano sull’imam, sulle associazioni che l’hanno invitato e sull’amministrazione milanese, anche boicottando quanti propagandano una cultura potenzialmente minacciosa. Sullo sfondo di tale controversia c’è la questione dell’Islam e dell’immigrazione. Per tutta una serie di ragioni è chiaro come, sul lungo periodo, l’integrazione di persone provenienti da Paesi musulmani sia più difficile che non quella di quanti vengono, ad esempio, dall’Europa centro-orientale. In Paesi come la Francia o il Regno Unito, con un’esperienza più consolidata di gestione dell’immigrazione, è ormai abbastanza sperimentato il fatto che mentre la prima generazione di quanti vengono da Marocco o Tunisia non ha mai posto seri problemi, sul piano statistico le cose cambiano con le seconde e terze generazioni. Quella islamica è una cultura forte e questo fa sì che i figli o i nipoti di quanti hanno lasciato il loro Paese per rifarsi una vita rischino di trovarsi a non essere più magrebini, ma nemmeno veramente integrati nella società europea. Questo obbliga a fare scelte precise in tema di immigrazione, ma ancor di più esige che si definiscano regole chiare di convivenza. Se è sbagliato adottare atteggiamenti razzisti o intolleranti (che sono contrari alle ragioni più profonde dell’universalismo cristiano, parte fondamentale della nostra identità), è ugualmente importante comprendere che ogni dialogo è possibile solo se si riconoscono le ragioni profonde anche dell’importanza che, storicamente, l’Occidente ha attribuito alla libertà personale. Nella cultura europea, la libertà ha radici essenzialmente greche e ancor più cristiane: essa rinvia alla possibilità di fare il bene e il male, e rinvia a idee forti di verità e giustizia. Sarebbe sbagliato confondere tutto ciò con una qualche forma di relativismo o indifferentismo. Al contrario, solo se si resterà affezionati a una certa idea dell’uomo e della società sarà possibile proteggere i nostri spazi di libera scelta dagli attacchi presenti e da quelli a venire. Non si difende un ordine di libertà se ci si allontana dal sistema dei valori e dai principi irrinunciabili su cui esso si basa. La crisi delle nostre società poggia allora su questa nostra fragilità: culturale e spirituale, prima ancora che istituzionale. In fondo, l’islamismo radicale è solo la circostanza storica che ci viene offerta per ripensare dalla radice ciò che siamo e che vogliamo essere, in futuro. Il confronto e la discussione tra persone di religione diversa sono qualcosa di irrinunciabile. D’altra parte, di tutto c’è a bisogno – a Milano come altrove – meno che di avere guerre di religione tra comunità islamiche, ebraiche, cristiane e via dicendo. Se i muri che già ora in troppi casi dividono i gruppi sociali e le comunità cresce ressero ancor di più, i risentimenti irrazionali ne risulterebbe ancora più alimentati e la qualità della nostra vita sociale peggiorerebbe ulteriormente. D’altro lato, però, deve essere stabilito con chiarezza che quanti nel dibattito pubblico sposano certe posizioni saranno tenuti ai margini, subendo meccanismi di esclusione di cui essi stessi saranno i veri responsabili. Per evitare che Milano si smarrisca, però, sta in primo luogo ai milanesi riflettere su cosa vogliono essere: se pensano di essere ancora gli eredi di una qualche tradizione e se pensano di avere qualcosa da dire e fare negli anni a venire.
Quando nei secoli scorsi la riflessione filosofico-politica del liberalismo classico ha iniziato a interrogarsi sul diritto di parola, quella che venne affermata fu proprio la legittimità di formulare tesi altamente contestabili e perfino pericolose. E la teoria liberale è stata molto netta nel definire il confine tra gli atti e le idee, censurando i primi (quando lesivi dei diritti altrui) e tollerando le seconde. Il primo articolo del Bill of Rights americano è chiarissimo nel momento in cui afferma che “il Congresso non farà leggi (…) che intralcino la libertà di parola o della stampa”. La società occidentale deve dare testimonianza di ciò che è sostenendo con forza che questo vale anche per l’imam, che ha il diritto di esprimersi come vuole. Ma il diritto di esprimersi protegge lui in quanto protegge per tutti. C’è infatti da sperare che non abbia conseguenze la volontà espressa dal Caim stesso di avviare un procedimento contro Davide Romano, portavoce della sinagoga Beth Shlomo, accusato di dire ad alta voce quello che pensa sull’imam in questione e su chi l’ha invitato. Ogni volta che il diritto di esprimersi viene conculcato, ci si allontana dalla civiltà liberale e dalle garanzie che essa afferma. Per giunta, ognuno di noi ha certo il diritto, ma ancor più il dovere morale di contestare apertamente le assurdità delle opinioni espresse da al Bustanij. In questo senso, non soltanto fa bene chi lo critica, ma la nostra società può avere un futuro solo se la libertà d’espressione di tutti è accompagnata da comportamenti molto netti di pubblica censura nei riguardi di ogni tesi che metta a rischio la vita sociale. I fiancheggiatori dei terroristi non devono perdere la libertà di parola, ma quanti vogliano proteggere i propri diritti devono ovviamente essere liberi di dire quello che pensano sull’imam, sulle associazioni che l’hanno invitato e sull’amministrazione milanese, anche boicottando quanti propagandano una cultura potenzialmente minacciosa. Sullo sfondo di tale controversia c’è la questione dell’Islam e dell’immigrazione. Per tutta una serie di ragioni è chiaro come, sul lungo periodo, l’integrazione di persone provenienti da Paesi musulmani sia più difficile che non quella di quanti vengono, ad esempio, dall’Europa centro-orientale. In Paesi come la Francia o il Regno Unito, con un’esperienza più consolidata di gestione dell’immigrazione, è ormai abbastanza sperimentato il fatto che mentre la prima generazione di quanti vengono da Marocco o Tunisia non ha mai posto seri problemi, sul piano statistico le cose cambiano con le seconde e terze generazioni. Quella islamica è una cultura forte e questo fa sì che i figli o i nipoti di quanti hanno lasciato il loro Paese per rifarsi una vita rischino di trovarsi a non essere più magrebini, ma nemmeno veramente integrati nella società europea. Questo obbliga a fare scelte precise in tema di immigrazione, ma ancor di più esige che si definiscano regole chiare di convivenza. Se è sbagliato adottare atteggiamenti razzisti o intolleranti (che sono contrari alle ragioni più profonde dell’universalismo cristiano, parte fondamentale della nostra identità), è ugualmente importante comprendere che ogni dialogo è possibile solo se si riconoscono le ragioni profonde anche dell’importanza che, storicamente, l’Occidente ha attribuito alla libertà personale. Nella cultura europea, la libertà ha radici essenzialmente greche e ancor più cristiane: essa rinvia alla possibilità di fare il bene e il male, e rinvia a idee forti di verità e giustizia. Sarebbe sbagliato confondere tutto ciò con una qualche forma di relativismo o indifferentismo. Al contrario, solo se si resterà affezionati a una certa idea dell’uomo e della società sarà possibile proteggere i nostri spazi di libera scelta dagli attacchi presenti e da quelli a venire. Non si difende un ordine di libertà se ci si allontana dal sistema dei valori e dai principi irrinunciabili su cui esso si basa. La crisi delle nostre società poggia allora su questa nostra fragilità: culturale e spirituale, prima ancora che istituzionale. In fondo, l’islamismo radicale è solo la circostanza storica che ci viene offerta per ripensare dalla radice ciò che siamo e che vogliamo essere, in futuro. Il confronto e la discussione tra persone di religione diversa sono qualcosa di irrinunciabile. D’altra parte, di tutto c’è a bisogno – a Milano come altrove – meno che di avere guerre di religione tra comunità islamiche, ebraiche, cristiane e via dicendo. Se i muri che già ora in troppi casi dividono i gruppi sociali e le comunità cresce ressero ancor di più, i risentimenti irrazionali ne risulterebbe ancora più alimentati e la qualità della nostra vita sociale peggiorerebbe ulteriormente. D’altro lato, però, deve essere stabilito con chiarezza che quanti nel dibattito pubblico sposano certe posizioni saranno tenuti ai margini, subendo meccanismi di esclusione di cui essi stessi saranno i veri responsabili. Per evitare che Milano si smarrisca, però, sta in primo luogo ai milanesi riflettere su cosa vogliono essere: se pensano di essere ancora gli eredi di una qualche tradizione e se pensano di avere qualcosa da dire e fare negli anni a venire.

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