venerdì 28 giugno 2013

Lettera alla sinistra che sta con i No Tav, persecutori di operai

"Emilio Russo"
"lintraprendente.it 28.06.2013"

La notizia é che la Procura di Torinoha preso le parti di un operaio più volte minacciato e colpito per il lavoro svolto in un cantiere dell’alta velocità Torino-Lione dagli attivisti di un noto centro sociale. La vera notizia, pero, è che forse la magistratura di questo Paese, anziché fornire repertori vastissimi di casi irrisolti alle platee di Chi l’ha visto?, spiare nelle camere da letto dei potenti, emettere proclami a favore della “salute pubblica” ed entrare a piedi uniti nello spazio della politica, una volta tanto si preoccupa di tutelare la legalità. Magari in ritardo, decidendo di usare le maniere forti, cioè gli strumenti della legge, nei confronti dei violenti. Di quei gruppetti di irriducibili No Tav a cui é stato permesso di trasformare la Val di Susa in una enclave in cui la legalità è sospesa da tempo e in cui si è consentito che prendesse piede un movimento dai tratti obiettivamente eversivi. Tra cui spicca la presenza di un gruppo che, per intenderci, ha ricavato la propria sigla da quella di un’organizzazione,l’Eta basca, considerata responsabile di almeno 800 uccisioni e messa fuori legge dall’Unione Europea.
Il casus belli é ora rappresentato da un pesante caso di stalking nei confronti di un camionista fatto oggetto in modo ripetuto di intimidazioni e di gesti violenti attribuiti ai capi del movimento diAskatasuna. Gli stessi che, rispondendo all’iniziativa dell’inchiesta aperta dai giudici di Torino, non si peritano di rispondere con un esplicito manifesto: “Chi agita le manette in aria gridando alla giustizia dimentica che quella stessa giustizia non è altro che espressione del controllo e del disciplinamento che ogni giorno attacca i movimenti. La giustizia che sta dalla nostra parte della barricata la costruiamo noi con i nostri corpi, le nostre parole e la nostra rabbia”. In questa pretesa di sostituire la propria “giustizia” al primato della legge c’è, obiettivamente, molto più che un gesto di autodifesa o la rivendicazione delle proprie presunte ragioni. C’é un gesto dannunziano, la replica banale della cultura dell’impresa di Fiume, con la sua insofferenza e la sua presunzione di sostituire alla legalità, e alla morale comune, lo spazio privilegiato in cui esprimere la propria pretesa superiorità intellettuale. C’é la velleità di inoculare nel sistema i germi dell’arbitrio e della violenza sfruttando le riserve di garantismo proprie di una società democratica. Che dovrebbe capire, però, la pericolosità dell’acquiescenza, di un appeasementtroppo passivo. Magari immaginando che quanto accade da anni in Val di Susa possa essere considerato come un caso isolato o, peggio, come talvolta é sembrato in questi anni, spingendosi a simpatizzare con le ragioni dei violenti e dei prevaricatori, come forse é accaduto anche qualcuno di quelli che avrebbero dovuto far valere invece le ragioni dello Stato democratico. Ecco perché, nello scontro tra l’operaio della Tav e i centri sociali, non si possono avere dubbi da che parte stare.

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