"La Padania 02.09.2012"
ALZANO - «Attenti a non cercare di fregarci. Noi e gli elettori, con una legge che porti al bipartitismo e tolga comunque al cittadino la possibilità di scegliere il proprio eletto». Agosto si congeda dal calendario con una giornata già autunnale, sul tendone della Berghem Fest di Alzano Lombardo si rovesciano ettolitri d’acqua, eppure all’interno c’è il pienone. La legge elettorale, tema solitamente lontano dal comune sentire e dai problemi di tutti i giorni delle persone normali, che lavorano e devono arrivare a fine mese, evidentemente interessa comunque, tanto più se a dibatterne, moderati dal bravo e preparato giornalista Rai Roberto Pacchetti, sono tre autorevoli esperti in materia: Roberto Calderoli, ex Ministro per le Riforme e firmatario nel 2005 dell’attuale legge 270, Vannino Chiti del Pd, a sua volta ex Ministro delle Riforme dal 2006 al 2008, e Gaetano Quagliariello, vicepresidente dei senatori del Pdl e da sempre uomo pidiellino sul tavolo dove inutilmente si tenta di modificare l’attuale normativa elettorale. «Una legge che, lo ricordo a tutti, compie sette anni, una legge – è la premessa di Calderoli - che abbiamo usato due volte, che abbiamo avuto con governi sia di centrodestra che di centrosinistra e che nessuno, pur quando aveva i numeri dalla sua, è mai intervenuto per cambiare. E ricordo anche che nel 2007 io avevo proposto di ripristinare il Mattarellum, la precedente legge, per cui se si voleva eliminare il Porcellum bastava votare quella mia proposta e ripristinare il Mattarellum. Punto.
Invece non se ne fece nulla. La verità è che per i partiti di maggioranza l’unica vera riforma elettorale è solo quella di cambiare il nome dalla legge e tenersi tutti i vantaggi, tutto qui». Quindi un passo indietro, sulla discussa e complicata nascita della legge 270 del 2005 ribattezzata porcata dallo stesso Calderoli nel febbraio 2006. «Intanto ricordo che si trattava di una proposta di legge nata in Parlamento e con emendamenti tutti provenienti dal Parlamento e che il ministro allora competente per la riforma elettorale era Giuseppe Pisanu. Detto questo le modifiche che l’hanno resa una porcata le vollero Casini, con il proporzionale, Fini, con la lista bloccata, e Berlusconi, con il premio di maggioranza di queste dimensioni. La nostra sola responsabilità come Lega è quella di averla votata, ma lo abbiamo fatto sotto un ricatto, di Casini, perché se non l’avessimo votata l’Udc non avrebbe votato la riforma costituzionale che era all’ultimo passaggio parlamentare. E in ogni caso io sono stato il primo a definirla una porcata, addirittura prima che la si utilizzasse per votare». Da mesi, dalla scorsa primavera, le forze politiche sono impegnate in un serrato confronto prima in commissione affari costituzionali al Senato, poi in un comitato ristretto formato solo da un rappresentante per partito. Ipotesi tante, proclami ancora di più eppure a settembre le parti sono ancora lontanissime, con il Pdl che insiste per le preferenze, il Pd per i collegi uninominali, senza contare le sirene di chi favoleggia di agganciare la modifica della legge elettorale al treno, mai nemmeno messo sul binario, di una complessa riforma costituzionale che introduca il semi presidenzialismo. Un tentativo di sbloccare lo stallo, un po’ provocato - riamente, arriva dallo stesso Calderoli che sfida i due dirigenti del Pd e del Pdl: «Visto che a parole a tutti piace il modello tedesco allora prendiamolo integralmente, lo traduciamo in italiano senza alcuna modifica ed abbiamo la nuova legge, ma senza imbastardimenti». Chiti e Quagliariello ridono e abbozzano, elencano pro e contro e convergono sulla necessità di una piccola dose di imbastardimento, utilizzando una metafora canina, con il pastore tedesco che si imbastardirebbe con un mastino napoletano. «Purchè non sia un volpino…. », ci scherza sopra Calderoli che poi torna a puntare l’indice sulle vere ragioni dell’empasse prima in commissione poi nel comitato ristretto. «Sento sempre parlare della necessità di restituire la parola agli elettori, poi vedo Pdl e Pd che presentano proposte dove ci sono i collegi uninominali, dove l’elettore trova un solo nome sulla scheda, basti pensare alla candidatura di Antonio Di Pietro al Mugello, e una parte di liste bloccate che arriva al 30 o persino al 35%. Qualcuno mi dica quali sarebbero le possibilità di scelta dell’elettore… Mi sembra davvero che la Casta non voglia cambiare». Poi c’è la questione dei premi di maggioranza, del 10 o del 15%, al partito che vince. «Ma che poi non è detto che governi, perché magari quel premio non basta per arrivare al 51%, dunque che premio di maggioranza è? Mi sembra un modello greco…». Si torna così all’unica proposta sul tavolo che potrebbe mettere tutti d’accordo: quella depositata a luglio dalla Lega Nord. «L’unica proposta che non prevede nessun listino bloccato è quella della Lega, l’unica che concede la possibilità di scelta totale all’elettore, che gli permette di scegliere chi è in maggioranza e chi è in opposizione, che permette di scegliere il candidato premier e che assicura la governabilità attraverso un premio solo per chi raggiunge il 45%». Inevitabile poi un passaggio sulla questione più dibattuta del momento, quello della macroregione del Nord. «Intanto dico subito – ammonisce Calderoli – che le parole di Formigoni mi hanno stupito e offeso, perché non si può dare dell’ignorante al segretario federale della Lega Nord e ai leghisti, le parole vanno pesate, anche perché a furia di tirare la corda poi si rompe… E poi dal punto di vista storico l’ignorante è Formigoni, perché è vero che nel 1945 c’era Tommaso Zerbi come presidente del movimento Cisalpino ma tra i fondatori c’era anche Gianfranco Miglio. E comunque pochi mesi dopo Zerbi si fece eleggere nella Dc e nell’Assemblea Costituente, dove di proposte sulla macroregione non c‘è traccia, poi fece il sottosegretario al Bilancio in un Governo De Gasperi, eppure non c’è traccia di proposte di federalismo fiscale da parte di quel sottosegretario. Diversamente da Miglio che ha invece passato tutta la vita a parlare di macroregione e a studiarne la fattibilità. E comunque se proprio vogliamo parlare di autonomia allora dobbiamo ricordare che il primo a parlare di macroregione o di regione cisalpina fu Carlo Cattaneo già nel 1848. Infine oltre che ignorante Formigoni è anche smemorato perché nel 2010, quando venne ricandidato, ha sottoscritto l’impegno per il coordinamento delle regioni che si può fare a Costituzione vigente, ma poi non ha fatto nulla… Ora immaginate un coordinamento di regioni del Nord, che hanno 20-25 milioni di abitanti, quale forza avrebbe quando andrebbe ai tavoli a Roma a trattare su temi come le infrastrutture o altro… Ma di questo Formigoni si è scordato, evidentemente – ha concluso Calderoli - aveva altro a cui pensare…».
Invece non se ne fece nulla. La verità è che per i partiti di maggioranza l’unica vera riforma elettorale è solo quella di cambiare il nome dalla legge e tenersi tutti i vantaggi, tutto qui». Quindi un passo indietro, sulla discussa e complicata nascita della legge 270 del 2005 ribattezzata porcata dallo stesso Calderoli nel febbraio 2006. «Intanto ricordo che si trattava di una proposta di legge nata in Parlamento e con emendamenti tutti provenienti dal Parlamento e che il ministro allora competente per la riforma elettorale era Giuseppe Pisanu. Detto questo le modifiche che l’hanno resa una porcata le vollero Casini, con il proporzionale, Fini, con la lista bloccata, e Berlusconi, con il premio di maggioranza di queste dimensioni. La nostra sola responsabilità come Lega è quella di averla votata, ma lo abbiamo fatto sotto un ricatto, di Casini, perché se non l’avessimo votata l’Udc non avrebbe votato la riforma costituzionale che era all’ultimo passaggio parlamentare. E in ogni caso io sono stato il primo a definirla una porcata, addirittura prima che la si utilizzasse per votare». Da mesi, dalla scorsa primavera, le forze politiche sono impegnate in un serrato confronto prima in commissione affari costituzionali al Senato, poi in un comitato ristretto formato solo da un rappresentante per partito. Ipotesi tante, proclami ancora di più eppure a settembre le parti sono ancora lontanissime, con il Pdl che insiste per le preferenze, il Pd per i collegi uninominali, senza contare le sirene di chi favoleggia di agganciare la modifica della legge elettorale al treno, mai nemmeno messo sul binario, di una complessa riforma costituzionale che introduca il semi presidenzialismo. Un tentativo di sbloccare lo stallo, un po’ provocato - riamente, arriva dallo stesso Calderoli che sfida i due dirigenti del Pd e del Pdl: «Visto che a parole a tutti piace il modello tedesco allora prendiamolo integralmente, lo traduciamo in italiano senza alcuna modifica ed abbiamo la nuova legge, ma senza imbastardimenti». Chiti e Quagliariello ridono e abbozzano, elencano pro e contro e convergono sulla necessità di una piccola dose di imbastardimento, utilizzando una metafora canina, con il pastore tedesco che si imbastardirebbe con un mastino napoletano. «Purchè non sia un volpino…. », ci scherza sopra Calderoli che poi torna a puntare l’indice sulle vere ragioni dell’empasse prima in commissione poi nel comitato ristretto. «Sento sempre parlare della necessità di restituire la parola agli elettori, poi vedo Pdl e Pd che presentano proposte dove ci sono i collegi uninominali, dove l’elettore trova un solo nome sulla scheda, basti pensare alla candidatura di Antonio Di Pietro al Mugello, e una parte di liste bloccate che arriva al 30 o persino al 35%. Qualcuno mi dica quali sarebbero le possibilità di scelta dell’elettore… Mi sembra davvero che la Casta non voglia cambiare». Poi c’è la questione dei premi di maggioranza, del 10 o del 15%, al partito che vince. «Ma che poi non è detto che governi, perché magari quel premio non basta per arrivare al 51%, dunque che premio di maggioranza è? Mi sembra un modello greco…». Si torna così all’unica proposta sul tavolo che potrebbe mettere tutti d’accordo: quella depositata a luglio dalla Lega Nord. «L’unica proposta che non prevede nessun listino bloccato è quella della Lega, l’unica che concede la possibilità di scelta totale all’elettore, che gli permette di scegliere chi è in maggioranza e chi è in opposizione, che permette di scegliere il candidato premier e che assicura la governabilità attraverso un premio solo per chi raggiunge il 45%». Inevitabile poi un passaggio sulla questione più dibattuta del momento, quello della macroregione del Nord. «Intanto dico subito – ammonisce Calderoli – che le parole di Formigoni mi hanno stupito e offeso, perché non si può dare dell’ignorante al segretario federale della Lega Nord e ai leghisti, le parole vanno pesate, anche perché a furia di tirare la corda poi si rompe… E poi dal punto di vista storico l’ignorante è Formigoni, perché è vero che nel 1945 c’era Tommaso Zerbi come presidente del movimento Cisalpino ma tra i fondatori c’era anche Gianfranco Miglio. E comunque pochi mesi dopo Zerbi si fece eleggere nella Dc e nell’Assemblea Costituente, dove di proposte sulla macroregione non c‘è traccia, poi fece il sottosegretario al Bilancio in un Governo De Gasperi, eppure non c’è traccia di proposte di federalismo fiscale da parte di quel sottosegretario. Diversamente da Miglio che ha invece passato tutta la vita a parlare di macroregione e a studiarne la fattibilità. E comunque se proprio vogliamo parlare di autonomia allora dobbiamo ricordare che il primo a parlare di macroregione o di regione cisalpina fu Carlo Cattaneo già nel 1848. Infine oltre che ignorante Formigoni è anche smemorato perché nel 2010, quando venne ricandidato, ha sottoscritto l’impegno per il coordinamento delle regioni che si può fare a Costituzione vigente, ma poi non ha fatto nulla… Ora immaginate un coordinamento di regioni del Nord, che hanno 20-25 milioni di abitanti, quale forza avrebbe quando andrebbe ai tavoli a Roma a trattare su temi come le infrastrutture o altro… Ma di questo Formigoni si è scordato, evidentemente – ha concluso Calderoli - aveva altro a cui pensare…».

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