"La Padania 28.07.2012"
MILÀN - La Pubblica amministrazione preleva dal territorio veneto quasi 69 mld di euro, pari a 14.012 euro procapite. La Pubblica amministrazione spende in servizi per il cittadino residente in Veneto oltre 50 mld, pari a 10.192 euro procapite. Complessivamente, le entrate prelevate in Veneto superano le spese effettuate per 18,8 mld di euro, pari a 3.820 euro procapite. Sono i primi eloquenti dati con cui si apre uno studio che porta la firma di Angelo Bellati, segretario generale di Unioncamere del Veneto, intitolato “Il residuo fiscale del Veneto: un quadro aggiornato». Le cifre parlano chiaro: a cittadino della Regione viene in media prelevato molto di più in tasse ed imposte di quanto gli venga restituito in termini di servizi e di investimenti. «Complessivamente, le entrate prelevate in Veneto superano le spese effettuate». E se la notizia in sé non è nuova, a leggere l’ammontare dei numeri, nonché i paragoni con altre Regioni dello Stato italiano e d’Europa, c’è da chiedersi ancora una volta fino a quando sarà tollerabile che ai territori produttivi vengano continuamente aggravati i carichi senza un’adeguata redistribuzione della ricchezza prodotta sul territorio stesso. Proseguendo nella lettura dello studio, si evince che «dal 2001 al 2010 il Veneto ha contribuito alla solidarietà nazionale per quasi 166 miliardi di euro. Il residuo fiscale di tutte le regioni italiane è poi del tutto impietoso. In testa c’è la Lombardia (6.234 euro annui pro capite), seguita dall’Emilia-Romagna (4.166 euro pro capite) e, buon terzo, proprio il Veneto prima del Piemonte (2.258 euro).
Se andiamo a vedere il fanalino di coda, troviamo la Calabria, con un saldo negativo - cioè una redistribuzione decisamente superiore al prelievo di -2.881 euro pro capite. Negativo anche tutto il resto di Sud ed Isole, con l’eccezione delle Regioni autonome del Trentino e della Valle d’Aosta. Lo studio si occupa anche del raffronto con alcune regioni europee: «La questione legata alla riduzione della capacità fiscale dei territori e alla dimensione del residuo fiscale riguarda anche altri Paesi dell’Ue: la quota percentuale del residuo fiscale sul Pil regionale oscilla da un 3,5 per cento della Baviera ad un 11.5 per cento della Lombardia ». Lo studio è anche dinamico, cioè rileva come negli anni la situazione dei trasferimenti sia mutata. «Nel 2003 le Regioni con residuo fiscale positivo erano 6, di cui tre soltanto con residui rilevanti: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna per un totale di 54,3 miliardi di euro, importa che è stato trasferito in varia misura alle altre 14 Regioni italiane. Nel 2010, invece, sono state ben 10 le Regioni con residuo fiscale positivo, che hanno trasferito alle rimanenti 10 Regioni l’eccezionale somma annua di 128 miliardi di euro. Gli importi sono più che decuplicati (+137 per cento) colpendo quasi il doppio delle Regioni (38 milioni di abitabnti coinvolti) a beneficio di un numero inferiore di Regioni (soprattutto del Mezzogiorno) la cui popolazione complessiva non supera i 22 milioni di abitanti. Il lavoro demolisce anche l’opinione secondo cui gli enti periferici siano forieri di sprechi per quanto riguarda l’impiego pubblico e la burocrazia. «Gli Enti periferici - si trova infatti evidenziato - si trovano a gestire oltre il 33 per cento della spesa pubblica complessiva con circa il 43 per cento del personale pubblico. Diversamente, lo Stato centrale assorbe una quota minore di spesa pubblica rispetto alle amministrazioni locali (il 24,7 per cento) ma con il 56 per cento del personale disponibile. Altri dati fanno invece ancora una volta riemergere in pieno il disequilibrio tra Nord e Sud in termini di spese per il personale. «Nel periodo 2008-2010, il costo medio del personale per singolo dipendente vede in testa la Sicilia con 40.033 euro per dipendente. Seguono il Lazio, l’Abruzzo, la Puglia, la Basilicata e la Campania». «I valori più contenuti - manco a dirlo - si registrano in Veneto (34.538 euro per dipendente), Emilia Romagna (34.093) e Friuli Venezia Giulia (31.311 euro). Le conclusioni dello studio di Assocamere sono chiare: con il “modello Veneto, ipotizzando una spesa ottimale calibrata sulla Regione, si potrebbe arrivare alla diminuzione di personale pubblico di 523 mila unità, per un risparmio di spesa complessivo per 27,8 miliardi di euro. Una bella “spending rewiew” alternativa ai tagli indiscriminati voluti dal Governo Monti. «Che cosa serve oggi al Paese? », ci si chiede in conclusione. «Attuare l’articolo 116 della Costituzione, e acquisire l’autonomia differenzata». Le cosiddette “autonomie a geometria variabile », insomma. L’articolo 166, infatti «prevede che, mediante uno specifico iter procedurale, le Regioni a Statuto ordinario possano acquisire “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” rispetto a quelle oggi costituzionalmente spettanti (ad esempio l’istruzione». Servirebbe inoltre «attuare l’articolo 118 della Costituzione e acquisire maggiore autonomia a mministrativa. Secondo l’articolo 118 modificato con la riforma del 2001, le funzioni amministrative devono essere attribuite all’ente più vicino ai cittadini, il Comune, salvo che debbano essere attribuite alla Provincia (alla Città Metropolitana laddove esistente), alla Regione ed infine allo Stato, secondo un criterio di progressiva ascendenza, per poter essere adeguatamente esercitate». Insomma, la piena applicazione del principio di sussidiarietà. Infine, anche a proposito delle tanto discusse Province, lo studio di Unioncamere Veneto smonta la tesi secondo cui smantellandole si otterrebbe chissà quale risparmio in termini di macchina burocratica: «in Italia - si legge - i dipendenti delle Province pesano solamente l’1,75 per cento sul totale dei dipendenti pubblici». E le vituperate Comunità montane? «Lo 0,21 per cento». Insomma, con l’abolizione si ottengono riduzioni del tutto marginali di spesa pubblica a fronte di un taglio di servizi vicini ai cittadini ed alle loro particolari esigenze i cui esiti sono molto più importanti in senso negativo rispetto ai risparmi ottenuti.
Se andiamo a vedere il fanalino di coda, troviamo la Calabria, con un saldo negativo - cioè una redistribuzione decisamente superiore al prelievo di -2.881 euro pro capite. Negativo anche tutto il resto di Sud ed Isole, con l’eccezione delle Regioni autonome del Trentino e della Valle d’Aosta. Lo studio si occupa anche del raffronto con alcune regioni europee: «La questione legata alla riduzione della capacità fiscale dei territori e alla dimensione del residuo fiscale riguarda anche altri Paesi dell’Ue: la quota percentuale del residuo fiscale sul Pil regionale oscilla da un 3,5 per cento della Baviera ad un 11.5 per cento della Lombardia ». Lo studio è anche dinamico, cioè rileva come negli anni la situazione dei trasferimenti sia mutata. «Nel 2003 le Regioni con residuo fiscale positivo erano 6, di cui tre soltanto con residui rilevanti: Lombardia, Veneto ed Emilia Romagna per un totale di 54,3 miliardi di euro, importa che è stato trasferito in varia misura alle altre 14 Regioni italiane. Nel 2010, invece, sono state ben 10 le Regioni con residuo fiscale positivo, che hanno trasferito alle rimanenti 10 Regioni l’eccezionale somma annua di 128 miliardi di euro. Gli importi sono più che decuplicati (+137 per cento) colpendo quasi il doppio delle Regioni (38 milioni di abitabnti coinvolti) a beneficio di un numero inferiore di Regioni (soprattutto del Mezzogiorno) la cui popolazione complessiva non supera i 22 milioni di abitanti. Il lavoro demolisce anche l’opinione secondo cui gli enti periferici siano forieri di sprechi per quanto riguarda l’impiego pubblico e la burocrazia. «Gli Enti periferici - si trova infatti evidenziato - si trovano a gestire oltre il 33 per cento della spesa pubblica complessiva con circa il 43 per cento del personale pubblico. Diversamente, lo Stato centrale assorbe una quota minore di spesa pubblica rispetto alle amministrazioni locali (il 24,7 per cento) ma con il 56 per cento del personale disponibile. Altri dati fanno invece ancora una volta riemergere in pieno il disequilibrio tra Nord e Sud in termini di spese per il personale. «Nel periodo 2008-2010, il costo medio del personale per singolo dipendente vede in testa la Sicilia con 40.033 euro per dipendente. Seguono il Lazio, l’Abruzzo, la Puglia, la Basilicata e la Campania». «I valori più contenuti - manco a dirlo - si registrano in Veneto (34.538 euro per dipendente), Emilia Romagna (34.093) e Friuli Venezia Giulia (31.311 euro). Le conclusioni dello studio di Assocamere sono chiare: con il “modello Veneto, ipotizzando una spesa ottimale calibrata sulla Regione, si potrebbe arrivare alla diminuzione di personale pubblico di 523 mila unità, per un risparmio di spesa complessivo per 27,8 miliardi di euro. Una bella “spending rewiew” alternativa ai tagli indiscriminati voluti dal Governo Monti. «Che cosa serve oggi al Paese? », ci si chiede in conclusione. «Attuare l’articolo 116 della Costituzione, e acquisire l’autonomia differenzata». Le cosiddette “autonomie a geometria variabile », insomma. L’articolo 166, infatti «prevede che, mediante uno specifico iter procedurale, le Regioni a Statuto ordinario possano acquisire “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” rispetto a quelle oggi costituzionalmente spettanti (ad esempio l’istruzione». Servirebbe inoltre «attuare l’articolo 118 della Costituzione e acquisire maggiore autonomia a mministrativa. Secondo l’articolo 118 modificato con la riforma del 2001, le funzioni amministrative devono essere attribuite all’ente più vicino ai cittadini, il Comune, salvo che debbano essere attribuite alla Provincia (alla Città Metropolitana laddove esistente), alla Regione ed infine allo Stato, secondo un criterio di progressiva ascendenza, per poter essere adeguatamente esercitate». Insomma, la piena applicazione del principio di sussidiarietà. Infine, anche a proposito delle tanto discusse Province, lo studio di Unioncamere Veneto smonta la tesi secondo cui smantellandole si otterrebbe chissà quale risparmio in termini di macchina burocratica: «in Italia - si legge - i dipendenti delle Province pesano solamente l’1,75 per cento sul totale dei dipendenti pubblici». E le vituperate Comunità montane? «Lo 0,21 per cento». Insomma, con l’abolizione si ottengono riduzioni del tutto marginali di spesa pubblica a fronte di un taglio di servizi vicini ai cittadini ed alle loro particolari esigenze i cui esiti sono molto più importanti in senso negativo rispetto ai risparmi ottenuti.

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