lunedì 5 novembre 2012

GRILLO parla e attacca, ma nel suo "programma" dimentica il FEDERALISMO ...


“Giuseppe Reguzzoni”
“La Padania 04.11.2012”

Non è con un insulto o una battuta che risolverà il suo problema e il suo problema, quello vero che, a  questo punto, con il crescere dei suoi consensi, è ormai anche il nostro, è l'assenza di ogni riferimento alla questione settentrionale e alla sua possibile soluzione. Leggere per credere. Nel programma del Movimento Cinque Stelle, facilmente reperibile sulla Rete, c'è di tutto e di più, tanto buon senso e tanta giustificata indignazione, ma non una sola parola riguardo all'applicazione coerente di un qualsivoglia principio federalista, nemmeno quello minimale previsto dal Titolo Quinto della Costituzione. Anzi, al riguardo c'è persino una doppia contraddizione, quando, si cita la Provincia di Bolzano come modello virtuoso nella politica dei consumi domestici di carburanti da riscaldamento. Peccato che, poco più sopra, si sia indicato come obiettivo da perseguire l'abolizione completa delle province. Sempre in materia di risparmi energetici si scrive anche che Bolzano è un modello virtuoso perché segue la legislazione tedesca, senza in nessun modo ricordare che la Germania è uno Stato federale. Non c'è un solo punto del programma del movimento fondato da Beppe Grillo che metta in discussione il centralismo e lo statalismo, i due mali che sono all'origine dell'incapacità dello Stato italiano di affrontare la crisi che stiamo vivendo. Quello del Movimento Cinque Stelle è, in fondo, il tipico programma di un partito romano, nazionalista, ma onesto nelle intenzioni, che fa paura ai partiti romani proprio perché è onesto, ma che, nella sostanza, non è poi tanto diverso da loro.
È vero che attira consenso soprattutto tra i giovani, ma la motivazione che il più delle volte viene addotta non fa che confermare la non novità progettuale del grillinismo: «almeno loro sono nuovi», vale a dire non sono ancora in Parlamento, non si sono ancora "sporcati"... Raramente nella storia di un popolo d'Occidente la nozione stessa di Parlamento e di parlamentare è caduta tanto in basso nella stima popolare. Non è solo questione di corruzione diffusa, di privilegi di casta ormai inaccettabili da cittadini-sudditi di una burocrazia inefficiente e costosissima, di un poltronismo che non ha uguali in  nessun Paese occidentale. l Parlamenti sono nati per contenere e controllare le spese del Sovrano, ma hanno ampiamente tradito questa funzione; quello italiano prima di tutti gli altri, visto che t iene in vita un governo che non è in nulla espressione di alcuno dei programmi presentati alle scorse elezioni e che non può sostenersi su un voto popolare che non ha mai ricevuto. Grillo, da uomo di spettacolo, ha colto alla perfezione questo disagio diffuso e più che giustificato. Il suo movimento fa presa perché è lontano dalla cloaca del potere romano, ma è lontano semplicemente perché è ancora fuori. Di fatto, però, vive degli stessi presupposti di cui vivono tutti gli altri partiti romani: lo stato nazionale, erede della tradizione sabaudo-risorgimentale, centralista e deresponsabilizzante. Se il problema è il sistema di potere romano,  l'unica via di soluzione è cambiare o eliminare questo centro, sempre più simile a un buco nero. Tutti quelli  che hanno provato a cambiare questo sistema di potere piazzandoci i propri uomini, ne sono stati inevitabilmente travolti. Il punto non è mettere uomini nuovi nei ministeri, ma eliminare o, quanto meno, ridurre drasticamente i ministeri stessi, cioè il vero cuore del potere. Non esiste una diversità  antropologica di questo o quel partito, per cui chi è "nuovo" cambierà la realtà. Esiste o può esistere una progettualità che, riducendo il potere di Roma, inneschi un circolo virtuoso di responsabilizzazione dal basso e dia finalmente rappresentanza alle grandi aree produttive del Paese, primo fra tutte il Nord. L'attuale governo si muove nella direzione opposta, con il sostegno di quasi tutti i grandi mezzi di comunicazione e, infatti, di fronte alla crisi dello Stato, tende a indicare come colpevoli le Regioni, travolte dagli scandali di cu i tutti parlano. Si tace, però, circa il fatto che le regioni vivono di trasferimenti dallo Stato centrale e non di quell'autonomia impositiva che, sola, sarebbe in grado di avviare un responsabile controllo della spesa. La Sicilia, regione autonoma per Statuto, ma non per entrate fiscali, insegna.

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