“Marco Bassani”
“lintraprendente.it 25.11.2013”
L’Europa è una creatura politica già pensata in declino fin dai tempi
guerrafreddaioli della sua nascita. L’Unione è di fatto un marchingegno
istituzionale nato per agevolare l’eclissi dell’Europa dall’orizzonte della
storia e della competizione globale. Il macro-progetto socialista è quello
della gestione prudente di un declino ritenuto ormai ineluttabile. E questo lo
si coglie sia guardando il continente nel suo insieme, sia nelle realtà statali
che lo compongono. Il semplice fatto che in Italia, ad esempio, il paradiso
mediatico e popolare sia rappresentato dalla Germania, afflitta da problemi
assai simili ai nostri, i cui tassi di crescita sono stati per venti anni da
prefisso telefonico (con qualche sussulto in su o in giù ogni dieci anni), dimostra
che il sogno italico non è la prosperità, ma un declino appena un po’ più
lento. Anche a fronte di un continente che arretra e arranca, in ogni caso,
l’Italia colpisce per l’ottusità della sua classe politica.
La Frankfurter
Allgemeine a proposito della crisi italiana parlava di nostalgia per ricette
antiquate. E il grido di dolore che si alza dalle piazze di Genova lascia
veramente pensare che l’era Breznev in Unione Sovietica verrà considerata una
stagione di grandi e coraggiose riforme, rispetto a questi anni in Italia. Il
fatto è che, con buona pace degli amici tedeschi, in Europa non esiste alcun
vento nuovo dal punto di vista culturale e politico. Se “la follia è ripetere
continuamente la stessa azione ed aspettarsi un risultato diverso” l’Europa è
una gabbia di matti da far concorrenza a quella di Paragone. L’Europa intera
ha, comunque, sposato un modello di non sviluppo e ha creato inferni fiscali
con gironi di vite continui. E tuttavia, prima che il cerino delle follie del
debito pubblico italiano arrivi ad innescare un incendio continentale la
Commissione europea ha chiesto al governo Letta di far qualcosa. Che è un po’
come chiedere al Milan di segnare. Nel Consiglio dei ministri di giovedì scorso
(21 novembre) si dice che il governo intero abbia ascoltato il grigissimo
Saccomanni discettare dell’opportunità “di mettere in vendita quote di società
pubbliche senza andare a toccare la quota di controllo delle stesse”. Ora, come
ha già ben spiegato Carlo Lottieri, il semplice volto del Fabrizione nazionale
(che sembra proprio un Aldo Fabrizi ancor più triste) dovrebbe rassicurare
tutti i conservatori dell’abisso sui cui sta danzando il sistema Italia. L’idea
poi che le “privatizzazioni” vengano presentate come un “piano Saccomanni” è
un’autentica contraddizione in termini. Fabrizione non può avere un piano, il
suo motto è semplice: tiriamo a campare. Se ci chiedono di ridurre la spesa
facciamo un paio di commissioni e poi emaniamo il verdetto: “nun se po’ fa’”,
se ci chiedono di ridurre il debito diciamo che ci stiamo provando e se ci
dicono di privatizzare facciamo “ammuina”. Ecco, questa è l’ammuina delle
privatizzazioni, alla quale seguirà nei primi mesi del 2014 l’ammuina parte
seconda. In breve il piano, fumo negli occhi e puro “falso movimento”, serve al
governo italiano solo per poter riaprire i rubinetti della spesa pubblica.
Infatti, i compari della Commissione europea recentemente si sarebbero mostrati
molto critici con il governo italiano giudicato negli ambienti bruxellesi che
contano totalmente inconcludente. L’ammuina privatizzazioni serve per poter
subito sforare il tetto del tre percento e poi si vedrà. Trasporti ed energia
saranno i settori nei quali si concentrerà la farsa. Si dovrebbe trattare dei
soliti trucchi contabili, un paio di passaggi dal Tesoro alla Cassa depositi e
prestiti, CDP, che per l’80% è … del Tesoro e qualche ingresso di società
apparentemente private che in cambio otterranno molti quattrini dei
contribuenti sotto altre forme. In breve, nulla, rien, nada, zilch, nothing,
nichts. Ma fingiamo per celia che Saccomanni stia facendo sul serio, che l’uomo
grigio sia un guerriero della riduzione della spesa, della dismissione del
patrimonio pubblico e dell’abbattimento del debito. Visto che dei 12 miliardi
di entrate annunciati ben la metà andranno al rifinanziamento della CDP, a
fronte di un debito che fra qualche settimana raggiungerà i 2100 miliardi di
euro la quota di eventuale abbattimento dovrebbe essere dello 0,3%. In ogni
caso, alla fine dei dibattiti pretestuosi, delle sparate di Grillo, dei
piagnistei di coloro che razzolano nel pubblico, il debito sarà comunque
aumentato di almeno il triplo. Le imprese in mano pubblica, però, vanno
assolutamente dismesse, regalate, date a gruppi di cittadini estratti a sorte,
insomma messe sul mercato con ogni mezzo. Perché? Semplice: non possono essere
gestite in maniera concorrenziale. E come mai? Per un motivo ancor più
semplice. Non per la corruzione (che pure è una semplice funzione
dell’intervento pubblico nella libera economia e alberga sempre laddove lo
Stato attecchisce) e neanche per gli sprechi (che nel pubblico sono la regola e
non l’eccezione), ma perché le imprese pubbliche utilizzano un materiale che
non vale nulla: i soldi degli altri. Quei soldi di cui nessuno è responsabile e
che più ce n’è meglio è, estratti da milioni di contribuenti senza volto e
senza diritti, che non hanno alcun modo di far sentire la propria voce e
chiedere dividendi, sono il cuore dell’economia drogata italiana. In questi
giorni stiamo assistendo a un fuoco di sbarramento contro il saccomaniano
nulla. Grillini, grulloni e partitanti di ogni sorta si scagliano contro la
dismissione di quote di società pubbliche. Il fatto è che gran parte dei
dibattiti generati dalle privatizzazione non sono altro che semplici
escamotages per guadagnare tempo, per procrastinare sine die l’avvento di
un’economia di mercato. Perché dietro l’economia in mano pubblica non vi è lo
Stato etico di Hegel, né l’anima di Guicciardini, o il buongoverno
nell’interesse della collettività e neanche il commune bonum di cui si
riempiono la bocca i boiardi di Stato, ma milioni di persone reali con le loro
camarille. Queste persone hanno imbastito uno “spaventoso corpo parassitario
che avvolge come un involucro la struttura della società … e ne ostruisce tutti
i pori” (è Carlo Marx). Cinquanta anni fa nasceva in Italia il centro-sinistra
e iniziava l’era delle nazionalizzazioni. In pochi anni, l’economia pubblica
diventava la regola e il libero mercato l’eccezione. Mentre i Paesi comunisti
sono riusciti ad abbandonare il loro criminale sistema economico e sociale, il
totalitarismo duro, per noi uscire dall’incubo della mano pubblica, il nostro
totalitarismo dolce, è impossibile. Lo Stato si nutre di se stesso e ingrassa
costantemente, ma purtroppo, siamo all’indigestione finale: un rutto ci
seppellirà tutti.

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