Speriamo che Salvini abbia avuto il tempo di godersi qualche piadina o qualche tigella. Almeno a dare un po’ di letizia al palato nel corso di un tour in Emilia Romagna che, per lui, non si sta rivelando proprio tranquillissimo. Anche ieri, a Imola, una contestazione. «Quattro sfigati», ha minimizzato il deputato leghista Gianluca Pini. Avrebbe potuto essere anche uno solo, ma l’evento si somma a quelli dei giorni scorsi. La stella a cinque punte disegnata sull’ingresso della sede del Carroccio a Parma, domenica, una sorta di avvertimento in vista del comizio che Salvini terrà stasera. E poi l’aggressione di sabato. Di cui hanno parlato in troppi e male, e proprio per questo rimane una ferita aperta. Perché è la dimostrazione più lampante di un «gap» sofferto dal nostro Paese, cioè che toccare certi temi, in politica, diventa pericoloso, molto pericoloso.
È questo il cuore della vicenda. Ed è, come direbbero gli «esperti», un vulnus democratico. Che rischia di finire oscurato dal rimpallo di responsabilità, dalle giustificazioni messe in campo dalle sigle sindacali di polizia notoriamente più vicine al Viminale (come il Siulp), oppure dalla posizione del ministro Alfano, evidentemente più preoccupato a respingere gli attacchi politici della Lega che a prendere contezza del vero problema.
Che ha tre profili. Il primo è l’agibilità politica nell’affrontare certi argomenti i quali, come ha ricordato il direttore Gian Marco Chiocci domenica da queste colonne, hanno a che vedere con la quotidianità delle nostre aree cittadine, cioè l’illegalità nei campi nomadi, la (scarsa) sicurezza nelle periferie o l’infinito scandalo delle case occupate.









